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Tre articoli riportati

Da: Il Sole 24Ore

Der Spiegel e Times accusano: «L’Italia truccò i conti per entrare nell’euro ma Kohl ignorò gli avvertimenti»

di Elysa Fazzino 10 maggio 2012

Helmut Kohl (Fotogramma)

L’Italia truccò i conti per entrare nell’euro, Helmut Kohl lo sapeva ma “ignorò gli avvertimenti sul rischio Italia” perché era convinto che la moneta unica fosse “il destino dell’Europa”. Der Spiegel ha scagliato il sasso e il Times volentieri lo rilancia. Der Spiegel ha avuto accesso a centinaia di pagine di documenti del governo tedesco del 1997 e 1998 da cui trae la conclusione che l’allora cancelliere Helmut Kohl “era perfettamente informato della situazione di bilancio” italiana e consapevole che “l’Italia non aveva i conti in regola per entrare nell’euro”, ma per motivi politici non volle trarne le conseguenze.

“Operazione autoinganno”, scrive il settimanale tedesco, che rivela i retroscena dell’ingresso italiano nell’euro nel numero in edicola questa settimana, in un servizio di cinque pagine basato sui rapporti dell’ambasciata tedesca a Roma, su note interne dell’esecutivo e su verbali di colloqui avuti dal cancelliere. A decidere sull’ingresso dell’Italia “non furono criteri economici, ma considerazioni politiche”, osserva Der Spiegel. “In questo modo – denuncia – si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo, l’ingresso nell’euro della Grecia”.

La polemica rimbalza sul Times di Londra. Il corrispondente da Berlino David Charter scrive che gli esponenti governativi tedeschi lanciarono numerosi “warning” avvertendo che l’Italia non era pronta a entrare nell’euro. Avvertimenti “ignorati” da Kohl, secondo quanto risulta dalle carte segrete rivelate grazie alla legge sulla libertà dell’informazione.

L’Italia – si legge sul Times – rappresentava un “rischio speciale” per l’euro, fin dal suo inizio nel 1999, poiché “continuava a rifiutarsi di ridurre il suo enorme debito”, avvertì un memorandum “profetico” inviato a Kohl nove mesi prima del lancio della moneta unica. Kohl fu avvisato che l’Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le allerte e insistette che l’Italia doveva entrare nella prima ondata, dicendo che sentiva “il peso della storia” sulle sue spalle. Il Times riferisce la conclusione dello Spiegel: “I documenti dimostrano quello che finora si supponeva soltanto”. “L’Italia non avrebbe mai dovuto essere accettata” nell’eurozona.

All’inizio del 1997, esponenti del ministero delle Finanze tedesco dissero a Kohl che a Roma “importanti misure strutturali di risparmio dei costi venivano quasi completamente omesse per considerazioni di consenso sociale”. Il negoziatore capo sull’euro, Horst Koehler, che poi divenne presidente della Germania, mandò a Kohl nel marzo del 1998 uno studio che concludeva che l’Italia non aveva rispettato le condizioni “per una riduzione permanente e sostenibile del deficit e del debito”. Kohl replicò che era fiducioso che tutti i governi avrebbero fatto le necessarie riforme strutturali “nei prossimi anni”. Joachim Bitterlich, ex consulente di politica estera di Kohl, ha affermato ieri: “Non senza gli italiani, per favore. Era questa la parola d’ordine politica”.

In una nota del gennaio 1998, Bitterlich disse che la riduzione del deficit dell’Italia era basata principalmente sull’incerta tassa per l’Europa e su tassi d’interesse insolitamente bassi. Poche settimane dopo, prosegue il Times, esponenti governativi olandesi dissero a Kohl: “Senza misure aggiuntive da parte dell’Italia che diano prova credibile della longevità del consolidamento, l’accettazione dell’Italia nell’eurozona è attualmente inaccettabile”. Kohl rispose loro che il governo francese lo aveva avvertito che si sarebbe ritirato se l’Italia fosse stata esclusa.

Poche settimane prima del lancio della moneta unica, si legge ancora sul Times, Stephan Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell’ambasciata tedesca a Roma, mandò un messaggio “drammatico”: “Sorge la domanda se un paese con un rapporto di indebitamento estremamente alto non rischi di mettere a rischio il successo dei suoi sforzi di consolidamento, danneggiando di conseguenza non solo se stesso, ma anche l’unione monetaria”. Conclude il Times: “Era un altro avvertimento inascoltato da parte del cancelliere tedesco”.

PRODI E CIAMPI TRUCCARONO I CONTI PER ENTRARE NELL’EURO, E LA GERMANIA LO SAPEVA

Pubblicato su 11 Maggio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE – VARIE

7 mag – L’Italia non era ancora pronta per entrare nell’Euro e l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl ne era a conoscenza. Documenti alla mano, il settimanale tedesco Der Spiegel racconta punto per punto, data dopo data, quello che è successo tra il 1997 e il 1998 per permettere al nostro Paese di entrare a far parte dell’Unione Europea. “Operazione autoinganno” è il titolo di un articolo di cinque pagine apparso sulla rivista di Amburgo.

Der Spiegel ha avuto accesso a centinaia di pagine, rapporti e verbali manoscritti dei colloqui avuti dal “cancelliere della riunificazione” Kohl. Stando alle carte l’Italia non sarebbe mai potuta entrare nell’Euro perché i suoi conti non erano assolutamente in regola. “A decidere sul suo ingresso non furono criteri economici ma considerazioni politiche” si legge nell’articolo del settimanale che denuncia: “In questo modo si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo, l’ingresso nell’euro della Grecia”.

Il governo Kohl, quindi, sarebbe stato perfettamente a conoscenza della reale situazione dell’Italia e del suo bilancio ma non si sarebbe mosso perché priorità assoluta era che il nostro Paese entrasse nell’area euro. Se si bloccava l’ingresso dell’Italia, infatti, anche la Francia si sarebbe tirata indietro e la Germania si sarebbe trovata “in una posizione di trattativa debole”.

Ripercorrendo quello che è accaduto, il 3 febbraio 1997 lo stesso ministero tedesco aveva constatato che a Roma “importanti misure strutturali di risparmio erano venute quasi del tutto meno per garantire il consenso sociale” mentre il 22 maggio dello stesso anno in una nota per il cancelliere Kohl si legge che “non c’è quasi nessuna chance che l’Italia rispetti i criteri”.

Fu Hoerst Koehler, allora presidente dell’Associazione delle Casse di Risparmio tedesche, a scrivere una lettera a Kohl a metà marzo insieme a uno studio dell’archivio dell’Economia mondiale di Amburgo. Koehler spiegava che l’Italia non aveva rispettato le condizioni per una durevole riduzione del deficit e costituiva un “rischio particolare” per l’euro. L’ex cancelliere tedesco però, a quanto pare fece orecchie da mercante. Bitterlich, allora consulente di Kohl per la politica estera al vertice Ue nel maggio 1998 affermava infatti “la parola d’ordine politica era: per favore non senza gli italiani”.

Dai documenti emerge anche che l’Italia, nel corso del 1997, chiese per due volte di rinviare la partenza dell’euro, ma la Germania rifiutò perché la data d’inizio era ormai diventata un “tabù”.  Tutte le speranze tedesche erano riposte nell’allora ministro del Tesoro italiano Carlo Azeglio Ciampi. “Per tutti era come un garante dell’Italia, lui ce l’avrebbe fatta” prosegue Bitterlich nell’intervista con Der Spiegel “alla fine con una combinazione di trucchi e di circostanze fortunate gli italiani riuscirono a rispettare i criteri di Maastricht”.

Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi ”come l’introduzione della “tassa per l’Europa”, la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili che fecere scendere il deficit di bilancio in misura corrispondente “anche se gli esperti statistici dell’Ue in seguito non accettarono questi trucchi”.

Nel Der Spiegel si legge che il cancelliere tedesco si fidò delle dichiarazioni di Ciampi sulla riduzione al 60% del debito pubblico entro il 2010 che invece non si è realizzato. Bisogna ricordare però che l’Italia, in quegli anni, era la maggior concorrente della Germania sul mercato internazionale per l’esportazione di prodotti manifatturieri, idrici e meccanici. Il mancato ingresso del Bel Paese nell’euro, avrebbe perciò rischiato di rendere difficile i rapporti commerciali tedeschi con gli altri stati. Il basso valore della lira rispetto alla moneta europea avrebbe reso i prodotti italiani molto più economici rispetto a quelli delle industrie tedesche e perciò, a parità di qualità, molto più appetibili.

Fonte: tgcom

Lettera 43 – Quotidiano on-line

Kohl e l’euro-trucco di Prodi

Spiegel: conti ritoccati per entrare nel Trattato.

RETROSCENA

di Pierluigi Mennitti

(© La Presse) Romano Prodi

L’Italia non era pronta a entrare nell’euro e la sua ammissione fu una scelta politica e consapevole di Helmut Kohl. Il cancelliere sapeva di compiere un azzardo, accettando un Paese i cui conti pubblici erano stati messi in ordine grazie a trucchi contabili, ma motivi di politica interna e di prestigio internazionale lo convinsero a ignorare sia i moniti giunti dagli esperti finanziari dell’ambasciata tedesca a Roma sia i dubbi sollevati dal governo olandese.
LE RAGIONI DELLA CRISI DELL’EURO. Dopo la riunificazione tedesca, anche il secondo capolavoro del cancelliere dell’unità – la moneta unica europea – nacque sull’onda di interessi politici e trascurando i fondamentali economici. La debolezza dell’euro di oggi è anche figlia degli errori di valutazione compiuti negli Anni 90.
IL DOSSIER DELLO SPIEGEL. A svelare gli ultimi misteri sugli scambi diplomatici tra Roma e Bonn (allora la capitale tedesca non era ancora Berlino) e sulle decisioni prese all’interno dei palazzi della cancelleria è stato lo Spiegel, che ha richiesto, ottenuto e visionato centinaia di pagine di documenti del governo tedesco dal 1994 al 1998, tutti riguardanti l’introduzione dell’euro e lo spinoso capitolo dell’ammissione italiana.
Si tratta di rapporti scritti dall’ambasciata tedesca in Italia, di lettere e annotazioni interne al governo di Bonn e di documenti protocollari, a volte manoscritti, di riunioni e colloqui riservati fra gli stessi esponenti dell’esecutivo.

Helmut Kohl era al corrente della palude italiana

Helmut Kohl, ex cancelliere tedesco.

Da questa massa cartacea emerge come Helmut Kohl fosse perfettamente a conoscenza della volatilità dei conti pubblici italiani e della debolezza delle riforme strutturali messe in piedi dal governo Prodi-Ciampi.
I DILEMMI DEL CANCELLIERE. Ma il cancelliere si trovò di fronte a due dilemmi. Il primo, escludere uno dei Paesi fondatori della Comunità europea e promotore dell’Istituto monetario europeo che dal 1994 al 1998 operò come organismo precursore della Banca centrale europea. Il secondo, rischiare che l’intera operazione saltasse visto che nelle settimane decisive il governo francese fece sapere che un’eventuale esclusione di Roma avrebbe tenuto fuori anche Parigi.
CAMPAGNA ELETTORALE. Kohl aveva puntato sulla buona riuscita del progetto euro per affrontare poi, con la carta di un nuovo successo internazionale, la campagna elettorale che di lì a pochi mesi lo avrebbe visto contrapposto a Gerhard Schröder, lo sfidante socialdemocratico che già lanciava segnali di euroscetticismo.

«L’Italia non sarebbe riuscita a centrare il Trattato»

Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi.

Ben prima della decisione finale del 1998, il governo tedesco aveva avanzato tutti i suoi dubbi sulla capacità dell’Italia di centrare i criteri di Maastricht previsti per l’ingresso nell’euro.
LA SOPRESA TEDESCA. In una nota, un funzionario della cancelleria riportava impressioni raccolte durante il vertice italo-tedesco del febbraio 1997 ed evidenziava «la grande sorpresa di tedeschi di fronte alla dichiarazione degli italiani che il loro deficit di bilancio fosse in realtà inferiore rispetto a quello stimato dal Fondo monetario internazionale e dall’Osce».
LA DEBOLEZZA DI ROMA. Altri documenti certificano che «gli esperti tedeschi fossero sicuri che, con un debito pubblico al 120% del Pil, l’Italia non avrebbe mai potuto soddisfare le condizioni previste dal trattato».
IL MAKE UP SUI CONTI. Molte delle misure di risparmio messe su carta da parte del governo di Roma erano pura cosmesi, si basavano su trucchi contabili o erano destinate a essere ammorbidite a causa del forte conflitto sociale: «Mentre Kohl continuava imperterrito nel suo progetto, sospinto da quella che chiamava la forza della storia, gli esperti finanziari continuavano a lanciare l’allarme sulla fragilità del bilancio italiano».

Il pressing di Prodi su Berlino

Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi.

Ma furono anche altri due personaggi a convincere il cancelliere che la Germania poteva e doveva fidarsi: Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi. Nonostante lo scetticismo imperante fra i funzionari tedeschi, Helmut Kohl provava una naturale simpatia per il silenzioso professore di Bologna e per il suo ministro del Tesoro, che poteva contare sulla buona fama che lo circondava in Germania.
LA RIDUZIONE DEL DEBITO. «Senza Ciampi, l’Italia non sarebbe mai riuscita a entrare nell’euro», disse a quei tempi l’ex ministro del Tesoro di Bonn Theo Weigel. Il governo italiano varò misure specifiche per centrare l’obiettivo euro, ridusse il volume dei nuovi debiti e abbassò l’inflazione. Poi cercò, inutilmente, di forzare uno slittamento dei tempi di introduzione della moneta unica, per guadagnare ulteriormente tempo.
I TRUCCHI DI CIAMPI. Infine introdusse un’apposita tassa. «L’Italia riuscì a centrare formalmente i criteri di Maastricht», ha proseguito lo Spiegel, «favorita da una particolare combinazione di trucchi finanziari e condizioni generali favorevoli, come la caduta dei tassi per il rifinanziamento del debito. In più Ciampi si distinse come abile giocoliere finanziario, vendendo alla Banca centrale una parte delle riserve auree nazionali recuperando le tasse da questo guadagno. Il deficit di bilancio crollò di conseguenza».

Dopo aver centrato l’obiettivo, Roma «allentò la tensione»

Che si trattò di trucchi bancari è scritto nero su bianco sui numerosi rapporti successivi redatti dai funzionari tedeschi. E poche settimane dopo la certificazione dell’ingresso dell’Italia nell’euro (aprile 1998), l’ambasciatore tedesco a Roma Dieter Kastrup inviò a Bonn una missiva allarmata, nella quale veniva indicato che «il governo di Prodi, una volta raggiunto il suo scopo, aveva allentato la tensione di fronte a un Paese stressato e sfinito».

NEL 1998 L’AUMENTO DELLA SPESA. La pausa divenne normalità. Nell’ottobre 1998, Stephan Freiherr von Sterling, attaché finanziario all’ambasciata romana, informò di una «svolta  della politica di bilancio del governo italiano verso una direzione sbagliata» e «dell’utilizzo delle entrate fiscali per nuove spese nel settore sociale, invece che nell’abbattimento del debito».
Una situazione osservata alla luce delle crescenti pressioni dell’estrema sinistra sulla maggioranza, che faceva accrescere i dubbi sulla capacità del Paese di mantenere fede al corso di consolidamento del debito pubblico promesso.
«La caduta di Prodi e l’ascesa di Massimo D’Alema peggiorò la situazione», ha concluso lo Spiegel, «allontanando di fatto l’Italia dalle politiche necessarie per restare dentro i criteri di Maastricht».

Lettera 43 Lunedì, 07 Maggio 2012

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