UE: il fondo monetario, il fondo del mare

di franco amarella

L’UE scenda sulle coste del Sud-Italia, apra uno o più  front office tutti dotati di data base delle disponibilità logistiche e accolga, ristori, controlli e SMISTI in tutta l’Unione le ondate dei migranti approdati, spinti dalla disperazione e dalla paura.

L’Europa  -la cosiddetta Europa Unita- c’è, ma deve pensare al suo nucleo economico-finanziario, che è pure ristretto. Quindi tutto ciò che non appartiene al mondo delle finanze e non risponde al “fondo monetario” è di interesse marginale. Così accade che nella cosiddetta Unione è difficile sentirsi uniti, perché non si avverte, non si percepisce l’ unione. Questa considerazione, comune a non pochi, è tanto più amara quanto più si susseguono le conferme verificate nel tempo da quel lontano 1992, trattato di Maastricht.

L’ultima a Lampedusa. L’Italia lasciata a se stessa, magari con qualche euro-obolo, elargito dal braccio compassionevole del fondo monetario, destinato al problema dell’immigrazione. L’Italia lasciata sola a fronteggiare e subire ondate su ondate di approdi disperati in anni ed anni di accoglienza volontaria, interrogazioni parlamentari, richieste locali, provvedimenti legislativi, invettive di dissenso, sistemazioni d’emergenza ed infine lutti e pianti. Oggi la misura europea della logica finanziaria è colma.

Da oggi l’Unione Europea dovrà rispondere al mondo intero della sua intera natura, non solo finanziaria. Il fondo monetario dovrà ritirarsi di qualche metro per lasciare il posto ai doveri sociali. Ed un dovere primario dell’UE , oggi, è anche il pieno assorbimento del problema immigrazione. Non perché l’Italia assomigli ad una portaerei protesa nel mediterraneo che le si debba scaricare il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Un’Italia, tra l’altro, che, con la sua afonìa vocale con il fondo monetario, non riesce ad alzare il volume dei toni in merito al problema.

Si dirà : e gli accordi trasfrontalieri per impedire il traffico di esseri umani?  Ed i pattugliamenti antiscafisti? Risposta. Certo sono provvedimenti da incentivare e promuovere continuamente, ma che nulla hanno a che vedere con le onde anomale provocate dalla disperazione e dalla paura, tutte destinate ad infrangersi umanamente sulle coste italiane.  Oggi l’Unione Europea deve scendere sulle rive frontaliere italiane ed assumersi l’onere della soluzione. Come? Comportandosi quale entità di reception con capacità di accogliere, ospitare, dislocare e smistare tali ondate in tutta l’area dell’Unione. O, se può far piacere, nell’area dell’eurozona. Con tutta la prudenza e l’accortezza possibili nell’attribuire le quote di assorbimento immigrazione, in riferimento alle possibilità , disponibilità e competenze dei territori.

Un ruolo energico, responsabile, concreto che dia il segnale di autentica unione, non solo monetaria. Certamente non andranno sottovalutati i giusti filtri di controllo, come atto di tutela e salvaguardia della legalità, ma altrettanto importante sarà una predisposizione logistica di schemi e protocolli, per incanalare con umanità e rispetto l’angosciosa esondazione del fiume di migranti. Dunque le coste italiane, specialmente quelle meridionali, assimilate al front office dell’UE per l’immigrazione, sempre allertato a rispondere alla improvvisa domanda di approdo.

Un front office, dotato di data base, pronto ad affrontare ogni evento di emergenza, perché nelle condizioni di gestire agevolmente la logistica, in quanto a conoscenza delle disponibilità di capienza e di accoglienza ben dislocate in tutta l’Unione.

Per concludere, meglio rinunciare ad un po’ di attenzione per il fondo monetario europeo, che popolare il fondo del mare di indolente miopia europea.

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Italia Europa e Meridione

di franco amarella

Povero meridione d’Italia. Per tanti anni il sud ha rappresentato l’anello debole della catena di sviluppo di un’Italia che continuava a crescere, ma non uniformemente appunto. Ed altresì per tanti anni, periodicamente, si riaffacciava alla ribalta la cosiddetta “questione meridionale”, per sviscerare analisi politiche, indagini socio-economiche e pianificazioni strategiche.

Tanto bla-bla. Tutto puntualmente inutile. Il meridione ha continuato a rimanere meridione, con tutto il suo bagaglio di penalizzazioni in parte autoctone, in parte alimentate oltremodo da caratterizzazioni cabarettistiche gratuite, da artificiose cavalcate nell’immaginario collettivo ed infine da un cinema autocritico sì, ma inconsapevolmente complice. Povero sud. Per tanti anni ha reclamato un po’ di protagonismo sulla scena pubblica chiedendo infrastrutture, occasioni di crescita, pari opportunità di sviluppo. Ma dal punto di vista istituzionale ben poco si è visto riconoscere. Viceversa quei passi, a volte da gigante, che il meridione è stato capace di compiere sono dovuti ad autentici scatti di orgoglio di un valore individuale, peraltro mai incentivato, mai incoraggiato. Tutto ciò in decenni di politica economica e sociale nazionale.

L’UE al comando. Da qualche anno, però, non è più così. C’è l’Unione Europea che detta l’agenda della programmazione economica e, quindi, implicitamente l’orientamento della politica nazionale. In particolare, proprio perché collegati strettamente gli uni agli altri, quasi bullonati economicamente, gli Stati europei in quest’ultimo periodo di forte crisi finanziaria, a livello mondiale, sono indaffarati nel rimanere a galla. E dunque l’Unione Europea è concentrata nel controllo del suo assetto e, quindi, nella gestione del momento.

Tornando alle cose italiane in tempo di crisi va sottolineato che, per converso, anche il nostro ricco nord-Italia non se la passi così bene; anzi è noto come e quanto reclami, ribadendo l’esistenza di una “questione settentrionale”. Sicchè se prima è stato difficile livellare i piatti della bilancia nord-sud, insistendo sulle leve di manovra interne, ora è addirittura impossibile sperare di raggiungere la tanto inseguita parificazione.

€uro-contributi. E’ vero che molte risorse sono state messe a disposizione dall’UE per le cosiddette zone di Obiettivo Uno, il nostro sud, che ad onor del vero non sempre le ha sapute utilizzare rimandandole al mittente. Ma è altrettanto vero che tante di quelle risorse europee sono state utilizzate da imprese “forestiere”, impiantate ad hoc nel mezzogiorno, giusto a fruire dei vantaggi europei, per poi disfarsi di ogni impegno assunto e migrare. Dunque un mezzogiorno che ha conosciuto per lungo tempo uno stato nazionale “patrigno”, e che ora è passato sotto le amorevoli cure di un’Europa “matrigna”, troppo impegnata a comprare profumi per sé, oggi, in quanto istituzione monetaria, con il sogno di conseguire una vera unità politica di là da venire.

Gli sbarchi. Ciò nonostante è un meridione che è chiamato ad assorbire anche l’onda d’urto di un’immigrazione costante, che, per la natura stessa della nostra geografia, ci vede facile sponda d’approdo per tanta umanità in preda alla disperazione. Fenomeno di difficile gestione non fosse altro per la delicatezza dei risvolti ad esso collegati, ovvero: allestimento dei luoghi di accoglienza, controlli sanitari legalizzazione delle permanenze, assistenza, trasferimenti, ordine pubblico in genere. Un fenomeno che, essenzialmente, viene ammortizzato nelle sue problematiche dalla buona volontà dei residenti, perché anche in questo caso l’Europa si mostra distante matrigna, più che madre presente.

Quasi un franchising. E volendo lasciare uno spiraglio di luce aperto sul futuro di questo sud-Italia, non si può non considerare l’impossibilità di affidarsi ancora ad una programmazione interna dedicata. Il nostro Stato centrale ha mani e piedi legati rispetto ad azioni rivoluzionarie di politica economica, tali da lasciar sperare ad un cambio di prospettiva per il futuro del meridione. Ormai l’Italia è apparentemente uno Stato sovrano. In verità è una nazione franchiser di Bruxelles o di Strasburgo. L’UE mostra il binario, la direzione, la velocità e gli orari; l’Italia ci può mettere soltanto un trenino, magari verniciato di lusso ed apparentemente veloce, ma obbediente per direzione, velocità e numero di fermate.

A questo punto a che serve un Parlamento così numeroso? A che serve un Consiglio dei Ministri così articolato? Non basterebbe forse un Presidente premier che va in Europa prende le direttive, magari tenta di dire la sua, poi torna in Italia e le trasferisce a tre o quattro direttori generali che pensano a diramare in cascata le disposizioni operative?

Per chiudere concretamente e senza lamentazioni: meridione d’Italia alzati da solo e cammina, anzi svetta! I tuoi figli ne sono capaci.

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Una Fiera “nuova”

di franco amarella

La Fiera del Levante è alla ricerca di nuove formule di gestione vivificatrici di interesse. In particolare, oggi, oltre alle incognite dovute all’agitazione del momento economico internazionale, la Fiera si appresta a dover rispondere a quelle aspettative di innovazione, proprie di ogni avvicendamento al comando.

In quale direzione si muoverà la Fiera del Levante? Cosa cambierà nell’Ente della Caravella? Certo non ha giovato, nei tempi non remoti, il mantenimento della fase di stallo esistente fra CCIAA di Bari, Comune di Bari ed Ente Fiera, in merito alle risorse da mettere sul piatto per risanare quel passivo di 6 mln di euro. Nè parimenti sembrano risolutrici le ipotesi di aumentare i costi degli stands o le tariffe di convegnistica. Per andare alla causa dei malanni, e non pensare più al sintomo, si dovrebbe lavorare nella direzione di una “metamorfosi” della Fiera.

E per fare ciò si dovrebbe rivoluzionare il concetto stesso di FIERA, così come ancora adesso viene inteso. Infatti pensando oggi alla Fiera del Levante, l’immaginario collettivo la posiziona fra i contenitori dalle eccezionali superfici, candidati a riempirsi per il semplice fatto di esistere; magari – di volta in volta – con l’aiuto di impegnativi interventi di promozione, spesso messi in cantiere con il limite del vincolo estemporaneo, ovvero riferiti solo ed esclusivamente alla edizione del momento. Poi terminato l’evento espositivo tutto si spegne fino al successivo appuntamento.

Il concetto andrebbe ribaltato. Vediamo come.
Posto che la Fiera come “contenitore” non può più affidare ai soli automatismi fondativi gli indirizzi di crescita e sviluppo a levante, specialmente con la sopravvenuta global economy, alla stessa necessiterebbe l’assunzione di un nuovo ruolo ed un nuovo significato. E dunque l’Ente dovrebbe farsi carico della svolta ed investire la Fiera di una nuova e più attuale mission.

Costruire all’interno un concentrato di servizi a tariffe agevolate, in favore delle stesse imprese ospitate, elaborando pacchetti di consulenza commerciale, creditizia, fiscale e poi promozionale, pubblicitaria, linguistica, strategica. Vedere gli espositori non come affittuari pro tempore, ma come clienti da fidelizzare cui vendere non già gli spazi nudi, bensì offrire i servizi di consulenza e di affiancamento pre-durante-post evento espositivo.

In sintesi realizzare per le imprese, da parte dell’Ente Fiera per questa importante offerta, l’abbattimento degli alti costi per la ricerca di mercato, la consulenza, la comunicazione, le opportunità di scambi. Convenzionare consulenti capaci in una sorta di team d’assalto e con motivazioni sul rendimento, sempre allertati per 365 gg all’anno, in favore dello sviluppo dei Clienti-Fiera.

Riposizionare quindi tutta la struttura nella direzione del nuovo ruolo: una grande piazza d’affari fornitissima di servizi. Una specie di fortezza mercantile attrezzata, capace di supportare le imprese ospitate in tutte le loro esigenze. Per questo nuovo ruolo c’è già pronto un prodigioso alleato: il web! Un mondo virtuale parallelo affiancato a quello fisico di Lungomare Vittorio Veneto. Una Fiera sulla rete ben provvista di contatti, rifornita di prodotti e bene equipaggiata con servizi, sempre in rotazione e rivoluzione per 24 ore al giorno e per 365 giorni l’anno. Insomma conferire alla Fiera del Levante, prima di tutto, il titolo di forte BRAND, sognato ed ambìto, per poi affidarla successivamente al marketing strategico nella sua nuova identità di immagine. Un’identità poggiata sulle solide fondazioni della sua stessa storia, ripresentata però attraverso la lente dell’efficienza gestionale moderna, che diventa subito garanzia di sviluppo per quanti vorranno affidarvisi.

 

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Leo Silvio Senex

di franco amarella

Fedro ci mostra nella sua favola “Leo senex, aper, taurus et asinus” una precisa allegoria: chi è caduto in basso è costretto a sopportare lo scherno anche da chi è codardo. E dice così. Un leone ormai vecchio e piegato dagli anni sembrava vivere gli ultimi scampoli della sua regale esistenza.

E fu così che si gli si avvicinò il cinghiale e con le zanne si vendicò di un antico sopruso. Venne poi il toro che lo trafisse con un’incornata micidiale. Infine fu la volta dell’asino, il quale rassicurato dall’assenza di ogni pericolo, con un sonoro calcio gli sfondò il cranio. Sicchè al leone, esalando l’ultimo respiro, Fedro fa dire: “Ho patito gran dolore per gli insulti del cinghiale e del toro, che erano forti. Ma dover sopportare i calci da te, vergogna della natura, mi par di morire due volte”.

Questa favola pare vivere una vigilia di verità nell’odierno panorama politico italiano. E’ una vigilia di grande attesa. C’è da una parte un leone di lungo corso (per curriculum imprenditoriale e politico), ma reso “vecchio” dai mille assalti giudiziari. Dall’altra parte un’intera fauna politica gli mostra costantemente le zanne, le corna e perfino gli zoccoli. L’uno non intende accettare di vivere gli ultimi scampoli di protagonismo politico. Quegli altri tendono ogni ora di più, quasi fosse un tiro alla fune, la spirale di accerchiamento.

E’ una vigilia lunga, pesante, ormai dilatata nel tempo, che già all’indomani della sentenza della Cassazione si è appalesata nella sua incombente promessa: la capitolazione di Berlusconi. E, di fatto, nonostante la resistente fibra del vecchio leone, prima ancora del verificarsi della sua (decretata) fine, sono in molti a far trasparire le anticipazioni dei comportamenti politici. Ci sono le figure forti che già si apprestano a tirare un gran respiro di sollievo per il raggiunto obiettivo dell’imminente scomparsa; od anche di compiacimento con i protagonisti diretti della demolizione di un grattacielo, apostrofato da sempre come abusivo ed intollerabile.

Ci sono poi anche i deboli, che pavidamente sperano e pregano nell’ombra, attendendo che il pericolo di reazione del vecchio leone sia scongiurato del tutto, per poter scalciare accuse, invettive, denunce e magari arrivare anche all’ingiuria, pur di rimanere a galla nella “bella d’erbe famiglia e d’animali“. Ma siamo ancora a vivere la vigilia. Non ci sono segnali di esito all’orizzonte. Il braccio di ferro fra dettato e regolamento, diritto e interpretazione del diritto, pressioni e suggerimenti si sta dilatando oltre misura.

E poiché in questo momento, in Italia, sono molteplici le interconnessioni fra la Funzione giudiziale e la vita dello stesso Esecutivo è facile comprendere quali e quante siano le pulsioni all’interno della politica italiana. Infatti non è da escludere che proprio in una situazione di estrema tensione e di gran confusione vadano a misurarsi posizioni e gruppi anche all’interno dei singoli partiti o schieramenti. Perché è proprio in questo bailamme, tutto italiano, che è possibile vadano a regolarsi certe faide interne.

Ed è altrettanto vero che giornali, TV, radio e mondo web, sviscerando minuziosamente le cronache del quadro politico offerto dagli eventi, mostrano un’Italia in balìa delle onde, priva del minimo accenno di stabilità. Un’Italia in cui anche quei “forti”, abili nella tessitura ed anelanti ad infierire su Berlusconi all’ultimo atto (?), mostrano tutta la debolezza di visione nazionale ed internazionale.

Un’Italia in cui i “deboli”, la maggior parte, pur ostentando, per mestiere, la missione di equilibrio ponderale, in previsione di uscire allo scoperto nel post-B, mostrano costantemente insipienza, incapacità e distanza dalla realtà.

Sono le ore 20,30 del dieci settembre 2013. La Giunta del Senato ancora non ha partorito la decadenza di Silvio Berlusconi. I forti premono, i deboli attendono all’ombra dei primi e l’asino che scalcerà sullo scalpo di “leo Silvio senex”, al momento, raglia da lontano!

 

 

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All’Elba o a Sant’Elena?

di franco amarella

Sono questi i giorni dell’Elba. Giorni di andirivieni di generali e marescialli. Giorni di diffusioni di notizie pubbliche e di informazioni riservate, volte a preparare piani di programmazione, ma soprattutto di fuga. Sissignore, Silvio Berlusconi si trova rinchiuso all’Elba, dove con l’ausilio dei suoi granatieri tenta di svincolarsi dalla ragnatela che lo tiene “imprigionato”, mettendo a punto le strategie per il “ritorno”.

Purtroppo la coalizione delle forze antagoniste non è semplice da neutralizzare. C’è un Ordine sovrano che, nel solco della Restaurazione, progressivamente vuole smantellare una stagione politica berlusconiana, cancellando addirittura le tracce del prigioniero. Ci sono poi Quelli della Beata Alleanza che hanno giurato di portare Berlusconi a Roma “in una gabbia di ferro”. Infine ci sono i vari Davout, Grouchy, Ney , novelli marescialli del biscione, sui quali è difficile poter contare sul piano strategico, ancorchè famosi per ardimento. Ciliegina sulla torta c’è pure un novello Talleyrand , in cima a tutto, che compare e scompare a piacimento.

Tutto ciò non scoraggia però il Cavaliere, che in gran fretta vuole agire per svincolarsi dall’insidiosa ragnatela. A volte gli sembra di vivere un incubo; di trovarsi in un girone d’inferno; di leggere un romanzo tra giallo e noir, nel quale il protagonista –lui stesso-  appare condannato fin dalle prime pagine.

In tutto questo fermento, in tutta questa voglia di “ritorno” si insinua la realtà onirica della notte berlusconiana. Silvio Berlusconi uscirà dall’isola d’Elba? Ed ancòra. E’ possibile che abbiano già strappato un biglietto dorato per l’isola di Sant’Elena?

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Una bilancia da tarare

di franco amarella

Quando ci si trova davanti a due piatti di bilancia che non si riescono ad equilibrare, per mancanza di pesi nella scala delle varie misure, è difficile poter pesare bene e vendere onestamente la mercanzia. E così quel mercante finirà di dover “approssimare” sempre le pesate. Certo non a vantaggio dell’acquirente.

Fuor di metafora, fra Montecitorio e Palazzo Madama, le pesate non sono più equilibrate da un bel pezzo: ora per un difetto nella scala dei pesi di sinistra, ora per un’assenza nella scala dei pesi di destra. Ergo il lavoro necessario, in questo momento, non consiste soltanto nel rispondere alle emergenze quotidiane della nazione, bensì anche nel riequilibrare la bilancia italiana della politica rappresentativa.

Nelle Aule Parlamentari sono importantissime le misure ponderali di un chilogrammo, altrettanto come lo sono quelle di un ettogrammo. A patto che siano palesemente identificabili e responsabilmente autotarate. Diversamente la politica si trasferisce altrove, in zone meno deputate, prive di dignità intellettuale e indubbiamente più approssimative.

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POLITI-CANTI

di franco amarella

Nel trattare del Vate nazionale,  in queste ultime stagioni celebrato dal venerabile Roberto fiorentino, m’è parso di capire un gran pretesto giocato coi versi ghibellini, al fin di inoculare la politica, inframmezzata negli endecasillabi. Sicchè, secondo l’arte del Benigni, mi pare giusto di rappresentare l’affiancamento improvvido del sommo e il turpe cono dell’Averno con l’emiciclo di Montecitorio. E adesso lorsignori è tutta vostra l’umile delizia

 

 

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Politica e talk-show

di franco amarella

Dopo un anno di sosta obbligata -niente sole a scacchi- temperamatite in mano via a caccia di una matita da riaffilare, proprio nei giorni in cui il tram della politica nazionale è bloccato alla fermata più sensibile. Da qui, dalle lande meridionali, è difficile vedere e capire: riuscirà il tram a proseguire o si tratta del capolinea?

Sono giornate di caldo torrido sul termometro e sulle agende. Tutta la classe politica ha la mente annebbiata sul futuro di questa Italia, tanto viene quotidianamente strattonata dall’industria, dal commercio, dalle imprese, dal sociale, dal sindacato. I salotti di Porta a Porta, Ballarò, Ultima Parola, Anno Zero e poi Servizio Pubblico, Agorà, Piazza Pulita, Virus o sono chiusi o arrancano nella canicola, lasciando così il tempo alle meditazioni ed ai rimorsi per quanto danno hanno prodotto e continuano a produrre nei loro talk.

Sono infatti salotti che si cibano di politica, mentre apparecchiano il copione dell’autoinduzione delle allusioni, delle insinuazioni, del pettegolezzo e dell’insulto. Proliferati sulle ceneri del Maurizio Costanzo Show, tali talk-show hanno modellato tutti i politici delle varie generazioni, facendoli ottemperare a quel copione. Con il risultato di anestetizzare la quota pensante dei cittadini in buona fede e di acuire le acredini fra le diverse parti dei cittadini.

A cementare una siffatta proliferazione ha concorso e continua a concorrere quella subdola surroga parlamentare, arbitrariamente assunta appunto dai talk-show, che continuano ad autorappresentare i posti deputati a discutere ed a trattare di politica, anticipando proposte di legge, commenti ai dispositivi e addirittura dichiarazioni di emendamenti.

E il Parlamento?

Nella confusione dei ruoli e nella disperata ricerca della quadratura di un emiciclo parlamentare tutto da ridisegnare, la politica nazionale è diventata un gomitolo di nodi impossibili a dipanarsi. Specialmente se la politica dovesse continuare ad esautorare il Parlamento perseverando, così come è accaduto fino ad oggi, a privilegiare le telecamere dei talk piuttosto che permeare di autorevole protagonismo le aule parlamentari.

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Un anello internazionale

di franco amarella

La Porche è arrivata a Nardò ed ha comprato l’anello. Il nostro anello internazionale: la pista. Tutti adesso sono felici. Qualcuno è venuto da fuori le mura invitato, quasi invocato, a conquistare il castello con la reggia, la città e l’intero regno.

Qui ci vuole un multiplo “BRAVI”!!!

Bravi, gli Amministratori pubblici! Bravi, i notabili! Bravi, gli industriali locali! Bravi, i piccoli imprenditori e, perchè no, bravi anche i cittadini neretini!

Un altra pagina del romanzo meridionale, appartenente alla letteratura pigro-miope-piangitoria, è stata scritta sotto un cielo primaverile, mentre un clima di riscatto meridionalista cerca di riscaldare i tiepidi animi di questo nostro tallone italiano. Un tallone evidentemente che tenta invano di affrancarsi dalla maledizione omerica.

E così mentre si “investono” milioni di euro nelle sagre paesane, per far conoscere agli stessi indigeni la bontà delle polpette di cavallo, con il pretesto del “volano turistico”, invece di fare sistema per la gestione della pista neretina e noleggiarla con canone salato alla Porche, ma non solo ad essa, che si fà? La si cede per deficienza di mezzi, quasi che i mezzi dovessero rivenire dalla manna dal cielo. E si cede un’opera che vale una miniera.

Si cede un fattore moltiplicatore di reddito non solo per le maestranze interessate, ma per un comparto così tanto grande, che soltanto una miopia cronica con cateratta bilaterale non è riuscita a vedere negli anni. E pensare che l’aquilina Porche ha visto così bene la miniera salentina, che dalla lontana Allemagna  è venuta a gustarsi la dolce ciambella. Buon appetito Porche.

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ATTENZIONE

di franco amarella

A fine gennaio ancora non si erano del tutto spente le luminarie natalizie, per le vie cittadine e sui balconi, che già nelle vetrine dei negozi spuntavano le rondinelle dei cioccolatini pasquali, complice la ricorrenza valentiniana dei cuoricini e dei bacetti. Aria di primavera commerciale 2012 dunque, nonostante il meteo certificasse un sottozero diffuso. E’ la legge del mercato, il quale ad onor del vero è diventato un “fuorilegge”.

Questa foto di cronaca mercantile, oggi, in Puglia rappresenta egregiamente quanto sta accadendo nel palazzo regionale. Anzi, guardando al palazzo regionale. Ovvero per il palazzo di via Capruzzi. Sono ancora caldi i risultati elettorali dell’appena avvenuta riaffermazione Vendoliana, che già si riprospetta il cerimoniale delle candidature, con investitura “auto od altrui”, per la prossima presidenza alla Regione Puglia. E ciò accade per la complicità della possibile, ventilata, eventuale, ipotesi di una trasmigrazione romana del governatore Vendola. Come per i cioccolatini di San Valentino, inconsapevoli anticipatori di acquisti primaverili, l’ipotizzabile vuoto della poltrona presidenziale è bastato per accelerare l’avvio di una campagna elettorale, della quale la Puglia non ha certo bisogno di nuovo ed a così breve scadenza.

Questa seconda fotografia politica, raffigurata occasionalmente in Puglia, ma rilevabile pure trasversalmente su tutto il territorio nazionale, ancorchè policromatica, scattata con buona macchina e sviluppata con migliore tecnologia, rimane però una malinconica inquadratura appena in colore grigio fumo. Perché il clima che la pervade, nella sua ossessiva logica competitiva, rivela tutta l’energia cinetica di una politica applicata alle personali escalations, proprio mentre a parole la stessa disegnerebbe invece solo proiezioni di trasparenza e spirito di servizio. Ma se tutto ciò è una conseguenza dell’appiattimento della politica e del suo adeguamento alla velocità di consumo dei beni materiali ed immateriali, chi salverà il mondo degli ideali? A chi spetterà la custodia delle ispirazioni valoriali?  Chi coltiverà i germogli delle nuove idee?

Tutta questa velocizzazione degli atti e dei fatti della vita quotidiana, se continuerà a contaminare le aree della riflessione e del ragionamento ponderato in tutto il corpo sociale, produrrà nella coscienza collettiva un tale livello di stress che costringerà l’intera società a dover scegliere fra il collassare e l’implodere. Non è una prospettiva molto remota. Ma proviamo a girare la stessa medaglia. Osserviamo sull’altra faccia, e non senza meraviglia, che è proprio la politica, così colpevole, così miope ed egocentrica, a possedere la fiala dell’antitodo. Infatti è la politica che per suo privilegio democratico potrebbe dettare a sé stessa i tempi degli interventi, delle azioni e delle risoluzioni. E magari, recuperando all’interno di ogni singola compagine un po’ di pudore mediatico e di equilibrio culturale, provare a dare da una parte impulsi di attuazione alle azioni condivise, viceversa impegnandosi a rallentare i suoi stessi ritmi competitivi, soprattutto interni.

E’ la politica che rinunciando a partecipare alla corsa della macinazione del tempo, potrebbe cadenzare i percorsi naturali delle impostazioni e delle scelte, facendo maturare in tutti i cittadini la piena consapevolezza ed un ritrovato senso della misura. Ora ci manca il tempo per riflettere, per dialogare, per decidere serenamente. La corsa alla profittabilità delle azioni ha fatto smarrire il dimensionamento delle possibilità reali umane e sociali e la politica, assecondando finora tale velocità, ne ha certificato giustezza e valori comportamentali. La sfida futura per tutti i politici apparentemente è quella per la vittoria sugli avversari. In verità quella vera che li attende è la sfida sul sapiente, innocuo, salutare riallineamento della sua velocità.

Basta cominciare con poco. In primis con la forza di sapersi sottrarre al vellutato vortice della mediocre medialità.

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