Farsi sentire dall’UE ? Si può !

di franco amarella

E si ritorna a parlare di migranti. Stavolta a fare eco al tavolo europeo di discussione c’è stato il coro degli angeli tricolori, in TV come in radio e sui giornali cartacei. Ovviamente dal più articolato dei bla-bla-bla non è scaturita la minima soluzione, né una ipotesi possibilista di breve termine.  L’unica novità è stato il tavolo europeo richiesto dall’Italia e, per la prima volta, accontentata. Tavolo, che nei fatti, si è rivelato subito una parata a stelle e blu in pasto alla opinione pubblica, come atto dovuto per le ottocento e passa vittime del barcone capovoltosi sulle coste libiche.

Perché dico di essersi trattato di una riunione di facciata? Perché alla fine dei conti tutto è rimasto come prima, tranne che “per qualche dollaro in più” all’Italia, in quanto parafulmine o messa a terra che dir si voglia. Infatti tutti gli oneri di accoglienza sono rimasti allo Stivale. Si l’Inghilterra metterà a disposizione qualche natante o elicottero per i soccorsi, così pure la Germania, ma la gente soccorsa in mare sarà poi sempre “regalata” all’Italia.  I nostri governanti ne sono usciti fieri.

E sono anni che le orecchie dell’amata Unione Europea si tengono ben lontane dall’ascolto umanitario, tanto abbracciato dal nostro paese. Abbracciato non coralmente, è chiaro, ma così fortemente e pressantamente da parte di chi regge il timone di governo, al punto da dimenticare ogni intervento umanitario verso quei tantissimi italiani “residenti sui cartoni” sotto i ponti o sul marciapiede degli anfratti di condominio; o ancora verso quella moltitudine di anziani che rovista nei rifiuti, o negli scarti ammassati esternamente ai margini dei supermercati.

Ora che l’Italia si sforzi di richiedere il coinvolgimento europeo, nella ricerca di una soluzione organica al problema immigrazione, è cosa buona. Ma se la richiesta viene reiterata ogni volta con un filo di voce, quando mai verrà ascoltata? E come potrebbe fare altrimenti?

Risposta: Con un po’ di midollo, per non dire esibendo gli “attributi”.

Quando si ritiene di averne diritto, l’oggetto della richiesta non solo va perorato ma anche difeso. E se bisogna arrivare a difenderlo a spada tratta, bisogna essere preparati con una carta di riserva da poter giocare. Altrimenti su quei tavoli internazionali si viene stracciati dall’esperienza e dalle strategie altrui.

L’Italia chiede maggiore coinvolgimento? Più tangibile partecipazione? Bene, l’Europa non ne vuole sapere? Ecco, ad esempio, quella che potrebbe essere una carta di riserva: il non rispetto delle quote produttive, il non rispetto del patto di stabilità…etc, etc! Se la situazione è insostenibile, se i centri di accoglienza sono prossimi al collasso, beh l’Italia ha –non il diritto- il dovere di autotutelarsi, cari paesi membri e soprattutto cara compagine governativa italiana, buonista e antinazionale.

Per chiudere, siamo di fronte all’ingenuità superficiale di aspiranti chierici? Oppure ad autentici esponenti da Quinta Colonna, aspiranti al conseguimento di una sostituzione dell’elettorato nel breve termine?

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Religione e nuova informazione

di franco amarella

Erano lustri che i programmi di Mamma Rai non sottolineavano la ricorrenza del venerdi prima di Pasqua. Il venerdi santo.  Nemmeno la famosa rete ammiraglia, cattolica e “democristiana” : Rai Uno.  E neanche con il pontificato di Giovanni Paolo II quando, pur seguendo la Via Crucis al Colosseo, il senso e la portata religiosa erano stati offerti nel profondo significato simbolico, privilegiandone invece la diffusione in cronaca come evento religioso si, ma piuttosto spettacolare per la grossa portata mediatica.

Oggi 3 aprile 2015, parlando proprio della rete ammiraglia, dalla prima mattina è stato tutto un sottolineare, un ricordare, un commentare il venerdi santo. Da Uno Mattina a Storie Vere, da A Conti Fatti alla Prova del Cuoco.  Da Franco Di Mare che, addirittura, nel suo “editoriale”, ha illustrato tutte le quattordici stazioni della Via Crucis fino ad Elisa Isoardi che ha “bacchettato” un cuoco, per aver farcito un supplì con del ragù di carne, proprio di venerdi santo; raccomandandosi poi con il pubblico a casa di mangiar magro nella giornata. Fino ai menu della Clerici proposti rigorosamente in chiave “astinenza”, ovvero abolendo ogni forma di carni.

Il tempo di un TG e subito “A Sua Immagine speciale venerdi santo”, che azzerava e sostituiva il tribunale di Torto o Ragione. E poi Vita in Diretta che apriva i servizi con il tema della Via Crucis ed il collegamento con Gerusalemme, terra dei luoghi dei fatti commemorati.  Dunque un inedito palinsesto rispetto ai tanti venerdi santi degli anni passati, trascorsi nell’oblio del cattolicesimo e del cristianesimo. Un palinsesto che, negli anni, aveva visto in varie trasmissioni la presenza si, di preti, ma sempre per parlare di sociale, di costume e di cronaca. Un prete ospite fra gli ospiti, ma sempre come “expert among experts”.

Che cosa è potuto accadere oggi? E’ stata colta la giornata per cominciare a ritrovarsi intorno alla fonte ideale del cristianesimo, visti i pericoli reali di un lontano martirio che avanza? Oppure l’informazione si è resa conto di aver trascurato ad oltranza le radici spirituali di un popolo, che oggi si ritrova a dover convivere, in casa propria, con altri dogmi ed altre dottrine religiose?

Se così è, vista la suddetta totalizzazione di produzione TV, quale mano timoniera ha compiuto la virata? E’ stato ravvedimento, suggerimento, redenzione, pentimento?

Chi lo può sapere!!!

Sta di fatto che è accaduto. Ed a voler ravvisare delle concomitanze c’è da osservare che almeno due spinte possono aver determinato la virata. Una è senza’altro quella indotta da Papa Francesco, il quale sta calamitando le residuali molecole cristiane all’interno dei cuori post moderni, per farne un aggregato di riflessione, di meditazione e di nuovi comportamenti. L’altra spinta? Beh, c’è solo una mano che può imprimere al timone Rai una rotazione radicale così totalizzante: quella del Governo. E che sia per calcolo politico, o per affinità ideologica il risultato non cambia.

A voler chiudere la “giornata televisiva santa” non poteva mancare, in prima serata,  l’annuncio dello speciale di Porta a Porta – Venerdi Santo. Senza intenzioni dissacratorie, mai lontanamente concepite, una domanda sorge spontanea : vedremo il plastico del Golgota? Ora dopo tutta questa elencazione di palinsesto va detto: ben venga la raffica di trasmissioni dedicate, quasi monografiche. Ma proprio perchè autentiche mitragliate di “prodotto”, palesemente organizzate, non sembra una campagna intensiva di promozione pubblicitaria?

Campagna piombata dopo anni di silenzio sulla ricorrenza del mistero della Croce! A parte il bene che comunque ne può derivare, è possibile che anche la spiritualità più profonda e più sacra possa essere manipolata come il trailer di una fiction da lanciare?  E magari ad usum delfini?

Questo è il tema di coscienza.

 

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UE : ESSERE O NON ESSERE

di  franco amarella

Se falliscono le trattative saranno inviate armi in Ucraina.  Questo è quanto emerge dai colloqui alla Casa bianca fra Obama, Hollande e Merkel. Colloqui fra capi di stato apparentemente estranei alla faccenda Ucraina; atteso che la disputa su quei confini si giochi realmente fra Vladimir Putin e Petro Oleksijovyč Porošenko.

Ma ci sono i giacimenti. Ed allora la disputa si allarga. Si fa avanti l’Europa, ovvero la cosiddetta Unione Europea. Il collegamento si trova facilmente. Un allargamento è possibile. Dunque l’UE è dalla parte dell’Ucraina. Putin non ha bisogno di alleanze, né di permessi per appoggiare i separatisti dell’est. La geografia si muove nelle sue linee di confini: ed è Crimea.

Subito il rilancio sul tavolo da “gioco”. L’UE commina sanzioni alla Russia, sono di tipo commerciale.  E mentre dall’altra parte dell’oceano si comincia lo streching, la  nostra piccola Italia deve piangere il degrado di quintali su quintali di prodotti  agroalimentari “rifiutati” dalla Santa Madre Russia. Ma il passo che introduce alle vie di fatto più consistenti non si fa attendere. Entrano in campo cecchini ed attentati, artiglieria leggera e pesante, aviazione. Qui il valzer della diplomazia diventa affannoso rock, direbbe uno showman predicatore.

Parigi, Londra, Kiev……Washington. Sono i ministri degli esteri che si parlano? Che si incontrano? Che discutono? Niente affatto. Sono gli stessi capi di stato a farlo. Beh, è giusto che siano Putin e Porošenko a vedersela direttamente, se così fosse. Ma così non è. Perché la oggettiva difficoltà di dialogo fra due nazioni in guerra, che quotidianamente lasciano per terra decine di cadaveri, induce i “cointeressati” a farsi avanti. Dunque Il presidente della Casa Bianca per gli USA e per l’UE, che non ha un presidente e nemmeno un esercito ma soltanto un rotondino metallico coniato, ci sarebbe l’Alta Rappresentante per l’Estero: Federica Mogherini. Questo lo scenario dettato da un protocollo logico.

Niente di ciò.  La UE si scompone nel suo effettivo potere e per la “U” ci va Hollande; mentre per la “E” ci va Angela Merkel. Così a Parigi prima, poi in Russia, poi in America ed infine in Canada.  E la Mogherini? Certamente è al lavoro, ma quale? Quello che ne viene all’esterno è che è l’ufficio stampa dei Due di prima.

Cosa significa questo? Una cosa sola : l’Unione Europea  è un organismo fatto nascere con tanti di quei deficit, che a distanza di soli vent’anni ha sempre più bisogno dell’accompagnamento, proprio come un’anziana affetta da handicap genetico irreversibile. E quel tondino metallico di conio, detto €uro, non può fare i miracoli che gli si richiedono. Di fronte alle crescenti affermazioni identitarie, ai temi sociali, alle sovranità nazionali dei singoli stati cosa può fare quel miserevole tondino?  Nulla. Qualcuno dirà “ma si sta lavorando per il raggiungimento di una Unione politica dell’Europa”. Qualcun altro sta già chiamando questo lavoro: il quarto Reich.

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L’Italia è ancora terra di Cavalieri?

Il “Cavaliere”, in questa nazione di scudieri perenni, è ai servizi sociali. Come mai?  E’ stata un’ingiustizia averlo condannato, oppure un’ingiustizia avergli inflitto una così mite condanna? Indipendentemente dall’essere berlusconiani o meno, mi pare ovvio quanto sia accaduto. L’ingenuità politica, la creatività dialettica (qualche volta eccessiva) e la disinvoltura comportamentale (più di una volta oltre gli schemi istituzionali) hanno finito per essere stigmatizzati come difetti “imperdonabili”.

I commenti quotidianamente espressi come strali punitivi hanno punteggiato titoli cubitali e talk show TV, etichettando gli atteggiamenti del Cav come aspetti vergognosi, inqualificabili ed indegni. Se poi consideriamo l’anomalia della smisurata ricchezza personale, dobbiamo aggiungere ai precedenti “difetti” un elemento negativamente attrattivo, generatore di un sentimento distruttivo: l’invidia. Dunque sotto i pluriennali fendenti inferti dalle tastiere della politica nostrana, molte volte in sincrono con altre pattuglie di penne d’oltralpe, Silvio Berlusconi altro non ha potuto fare che soccombere.

Indubbiamente le sue colpe sono molteplici, perché non è riuscito a comprendere che di assedio si muore e lui ha caparbiamente perseguito la strada della famosa creatività dialettica e della nota disinvoltura comportamentale. Venendo però al punto più centrale, ovvero circa la sua ingenuità politica, non si può dire di aver avuto accanto fari luminosi di affiancamento. Padania a parte, che all’epoca non poteva certo illuminarlo per tutta la lunghezza dello stivale, ci sarebbe stata una destra, che avrebbe potuto affiancare il Cavaliere precedendolo sulla strada della politica determinata, grazie al proprio “patrimonio valoriale” ed alla nuova esperienza parlamentare, agevolata proprio dal Cavaliere fin dal 1994.

Ma fu proprio quella destra che, invece di approfittarne per conoscere anche la propria vitale rinascita in chiave di modernizzazione politica, fu proprio la destra che, per mano del suo presidente scudiero, oggi anche lui “perenne”, abdicò credendosi ormai in vetta all’everest del potere politico. Da quel momento la destra italiana, divenuta progressivamente insipida e mollacciona, si dissolse fino a sparire. E Berlusconi rimase da solo ad arrovellarsi nelle rosse lamentazioni giudiziarie, di tanto in tanto intervallate da un banchetto assistito o da un aperitivo piumato.

Parimenti all’interno del suo partito il Cav non ha mai trovato uno specchio coraggioso, competente e fraterno da potergli far apparire e “digerire” la realtà: una compagine che andava assottigliandosi vuoi per fatto socio-politico esterno, vuoi per assetto interno di logistica e linea strategica. Questo è l’affiancamento tecnico, politico ed etico che è mancato e che ha condotto un intero emisfero parlamentare a ritrovarsi plurifrazionato nelle componenti e con il suo leader chiamato a nuove “gesta cavalleresche” in ausilio di tanti sfortunati pazienti, che certo non sconfiggeranno la malattia, ma che forse potranno rappresentare una giusta cura per il Cav, una ripartenza per l’intero emisfero.

Ora c’è Renzi al timone. Un giovane arrivato a Palazzo Chigi non senza palmares, non senza viatico di provenienza, non senza nuove credenziali altolocate. Praticamente una Presidenza di governo portata su piatti d’argento e poltrone di piume. Inoltre grazie alle doti comunicazionali ed all’estrazione territoriale gigliata è riuscito ad affrancare dal grigio l’intera area della sinistra “moderna” ed a tinteggiare il nuovo affresco politico-parlamentare di uno “scippato” azzurrino fiducioso e speranzoso. Quello dell’ex Cavaliere. Esperimento riuscito perché non ha da farsi perdonare un’appesantita anagrafe, né una immensa ricchezza. Ergo senza invidie patrimoniali e con la simpatia di un’anagrafe trend potrebbe macinare kilometri, senza temere sorpassi.

Se questa è ancora terra di cavalieri? Non più. Le favole non si raccontano due volte di seguito. Tuttavia nell’aria c’è profumo di avventura. Non sono cavalieri ma ne portano le insegne e si affacciano da nord.

E c’è tutta una sconfinata prateria dove per altri è difficile cacciare. E’ quella rimasta orfana di ideali, di tradizione e di valori sociali nazionali. Certo è una prateria sconfinata da recintare. E quelle recinsioni costano tempo e tanta fatica.

franco amarella

 

 

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L’ITALIA delle lobbies

Piccoli elettori… crescono?

Lo sviluppo della tecnologia, fra i tanti mutamenti provocati nei vari ambiti sociali, ha certamente sconvolto anche il mondo della politica, al punto di stravolgerne la stessa funzione logistica del radicamento sui territori. La televisione insieme con l’universo della rete oggi dettano l’agenda delle attività e, soprattutto, degli ascolti o contatti. Stiamo assistendo, pertanto, ad un cambiamento radicale del rapporto elettori–candidati.

Rapporto che non si limita ad essere modificato nella ricettività, bensì inizia a proporsi in forma attiva, anzi interattiva. Perché nel frattempo gli “attori” del campo, fagocitati anch’essi da tanta possibilità di comunicare, esponendosi con pochissimo autocontrollo, altro non fanno se non richiamare forme di reazione popolare.

Infatti in un clima abbrutito da comportamenti sfrontati, provocatori e rissosi, apparentemente attribuibili soltanto ad atteggiamenti personalistici spinti, e con i protagonisti sempre a caccia di audience TV, la politica è andata trasferendosi in un ambito di perenne rappresentazione scenica, meglio se urlata.  I giornalisti stessi, inseguendo l’onda, riportano in caratteri cubitali financo l’annuncio di un provvedimento legislativo, frutto di una dichiarazione anticipata nel pourparler di una trasmissione.

Ed è stato proprio l’inseguimento all’audience da una parte, e dall’altra la spropositata loquacità politica che hanno fatto smarrire i più collaudati riferimenti di una comunicazione accorta, avveduta e responsabile. Nello spingersi affannosamente ed indiscriminatamente in esposizione, leaders e gregari hanno travalicato le bandierine di sicurezza dei rispettivi lidi e si sono spinti al largo, credendo di poter reggere ugualmente alla distanza. Ma ahimè, lo sforzo si è rivelato eccessivo. Cosicchè i nuovi scenari, inconsapevolmente aperti da un protagonismo sgrammaticato ed esagerato, hanno spiazzato la stessa missione di rappresentanza politica del corpo elettorale.

Da qui l’inizio della marcatura del confine fra “vecchio” e “nuovo” modo di rapportarsi con gli elettori, ovvero di affrontare le competizioni elettorali. Sollecitati da quella molla di richiamo popolare, gli elettori cominciano a scattare in direzione delle candidature, pronti a proporle prima ed a sostenerle dopo. Se prima l’affiancamento di soccorso o di simpatia veniva espresso, più o meno velatamente, da esponenti del mondo della cultura e dell’arte, da un po’ di tempo a fiancheggiare i protagonisti, vanno piazzandosi palesemente sulla scacchiera : fanti, pedoni, cavalli, alfieri e regine.

Ciascuno esponente di un gruppo finanziario, testata giornalistica, struttura sanitaria, addirittura di un marchio aziendale o di un’associazione no-profit, di un’emittente TV o di un’associazione di categoria.

Segnali questi di una incrinatura dell’ipocrita verginità prudenziale, sotto la spinta pressante della voglia di rappresentare, a viso aperto, esigenze ed interessi dei cittadini che diventano sostenitori.

Nelle trascorse campagne elettorali molte erano state le avvisaglie di emersione delle volontà latenti, ma per quella prudenza italiana, tutta ondivaga, gli schieramenti dell’articolata società civile riuscivano a comprimere i propri desiderata, muovendosi lentamente e, soprattutto, veicolandoli under-ground. Invece oggi, complice la sfrenata e generale invadenza multimediale ed in virtù dei ritmi, sempre più martellanti degli stessi media, è stata proprio la pulsione sempre più drogata del presenzialismo in video e sulla rete da parte dei politici, che sta richiamando l’innesto di una inseminazione involontaria, che probabilmente condurrà all’ufficializzazione di una nuova realtà: la lobby.

Ed il fenomeno sta avvenendo in diretta TV od internet che sia, così come alla cruda legge del nostro tempo piace dettare. Non esiste evento scientifico, sportivo, artistico, clinico, religioso o giudiziario senza che la televisione ne faccia spettacolo popolare, magari con televoto. E dunque non esiste politica senza televisione. Ancor più non vi audience TV se il dibattito politico non sfocia nella lite, nell’insulto, nel turpiloquio. Non si clicka un pulsante se non può apparire un video di trash politic. In questo clima, quale elemento può aver preso il posto del senso critico dell’azione politica, se non la curiosità per la provocazione e la reazione in diretta?  E cosa significa tutto questo se non la configurazione di un becero aspetto borsistico!?

Allora se aria di borsa è, aria di speculazione diventa. Ma se si specula, e non nel significato propriamente filosofico, significa che le attese del pubblico sono più prossime alla scommessa che non alla maturazione concettuale. E se parliamo di scommesse, quindi dobbiamo altrettanto parlare di puntate. Ergo, parlando di puntate arriviamo a parlare di giocatori.

E se siamo stati attenti osservatori, nelle recentissime campagne elettorali, abbiamo potuto cogliere sia nei grandi partiti, come nel frazionamento dei piccoli raggruppamenti territoriali i tratti embrionali di tante esigenze antropologiche, sociali, finanziarie, etniche e religiose. Che non esprimevano la rappresentazione puramente simbolica di un tempo, bensì in maniera marcata e decisa erano (e sono) lì, in quanto autentiche “puntate” per autodeterminare una concreta posta in gioco.

La partecipazione politica dei cittadini italiani sta cambiando, perché è cambiato il richiamo della politica. Allontanamento dalla politica? Niente affatto. E’ solo il tramonto di un vecchio rapporto. Tutta quella esasperata esibizione mediatica è stata la levatrice della metamorfosi politica, che sta andando a legittimare una partita fatta di competitori, di scommesse e di tifo.

Tutto ciò mentre va  allargandosi velocemente l’incrinatura nel muro dell’antica e prudente fede elettorale, fatta un tempo di valori ideologici, ma anche di tanta ipocrisia. Allo stato, una parte di cittadini italiani vede come inevitabile l’evoluzione di un processo ormai avviato; invece un’altra parte teorizzerebbe l’organizzazione lobbistica della politica italiana come la fine della libertà individuale degli elettori.

Ancora vi è confusione. Ma è proprio la stessa nebulosità a mostrare l’esigenza di una riorganizzazione politica radicale, che è pronta già nelle cose e che è anticipata nei fatti. Pian piano va delineandosi, con nitidezza dei contorni, il nuovo affresco del corpo elettorale italiano: stanno ufficializzandosi le lobbies. Certo ancora appaiono come embrioni, non si distinguono bene, ma la gravidanza c’è tutta. Gli embrioni cresceranno, si svilupperanno e forse ci saranno nascite provvidenziali. Forse.

franco amarella

 

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Idea-progetto per la FdL

POLO MEDITERRANEO

Sono già diverse edizioni della Campionaria barese che si parla di necessità di rilancio della Fiera del Levante. Necessità di nuovi orizzonti, di nuove prerogative e, meglio ancora, di “nuova mission”.

In tale contesto nasce la proposta  del POLO MEDITERRANEO. Si tratta di una spinta assolutamente innovativa, pure nell’alveo della originaria mission, tutta racchiusa nella stessa denominazione Fiera del LEVANTE.

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EU-ru-GUAI

EU-ru-GUAI : Cronaca di un tracollo annunciato

di franco amarella

E’ fatta. Dopo l’Inghilterra e la Spagna anche l’Italia è stata cacciata dai mondiali.

La sconfitta calcistica muove a pretesto per parlare di un’Italia traballante nella sua organizzazione sociale, economica e civica. Ovvero per parlare di un’incapacità politica abbastanza evidente e pericolosa. Che sia evidente lo dimostra il traballare quotidiano nelle aule di Camera e Senato, per non parlare della vita all’interno delle sedi dei partiti.

Che tale incapacità sia pericolosa ce lo dice e ce lo ripete il ritornello della cosiddetta globalizzazione, ormai così penetrata nell’immaginario di tutti noi, tanto da scaricare su di essa anche il furto delle susine sugli alberi, da parte delle gazze ladre. Se l’Italia, dovendo fare i conti col mondo produttivo del pianeta, sta soccombendo si vorrebbe comprendere perché a tutto quel mondo piace mangiare Italia, vestire Italia, super motorizzarsi Italia, visitare l’Italia.

C’è un grosso punto di domanda che interroga il perché di sofferenza economica, disoccupazione, prestigio internazionale. La risposta è a portata di mano. E’ stata messa in campo – dalla fine degli anni ’60 – una studiata distruzione progressiva del “midollo” nazionale, con l’appiglio di ventilati rigurgiti fascisti e poi parimenti  c’è stata l’apertura al libertinaggio in nome di un’emancipazione, certamente avvertita, ma caricata con “mestiere” sempre e soltanto sopra le righe.

Si ma tutto questo cosa c’entra con Italia-Uruguay del 24 giugno 2014?  Beh, il risultato è figlio di un modo di fare e di pensare propri di un andazzo italiano, nipote di un midollo distrutto e di una assorbita mollezza di costume! Come fai a pretendere sacrificio, abnegazione, rinuncia, generosità? In nome di che cosa? Forse della bandiera? Non si può. Ci si deve accontentare di assistere ad un impegno professionale realizzato per la vetrina. La vetrina sui media che possa promuovere un sempre più florido contratto di ingaggio. Di questo si tratta.

Organizzazione generale italiana che fa acqua per le mazzatte delle grandi opere; che si guadagna i galloni del ridicolo per non aver saputo (e tutt’ora non sa) gestire  il caso Latorre-Girone; che sceglie quasi l’eutanasia per Pompei; che non sa valorizzare il suo patrimonio artistico, il più importante del mondo; che è incapace di dire al resto d’Europa che Lampedusa rappresenta il grembo dell’UE non l’esercizio del suo ostracismo; che non riesce ad alimentare l’unica industria italiana NON DELOCALIZZABILE: il turismo in entrata!

A peggiorare questo stato dell’arte si è aggiunta la cosiddetta fratellaza europea.      Vengono infatti da Bruxelles e da Strasburgo le staffilate di rimproveri, di punizioni ed anche di dottrina. E l’Italia addomesticata, flaccida e riverente è costretta all’obbedienza. Però fa sventolare con ostentazione il blu della corona di stelle accanto al tricolore, triturato nell’orgoglio nazionale. Ci ripetono da ogni dove che fuori dall’Europa saremmo perduti. E certo. Sarebbe come dire che togliendo l’impianto di ossigeno dal reparto di rianimazione, il reparto stesso chiuderebbe!

Il punto è trovarsi e perchè in rianimazione. E noi italiani passivamente ci accucciamo nella casetta di legno, appena fuori in giardino. Ci basta un ossicino quotidiano, il resto non conta, tanto c’è il Grande Fratello, Ballarò, SKY, Pomeriggio 5 e… vuoi lasciar fuori Porta a Porta?

Ecco cosa siamo diventati. Mansueti automi tricolorati che resistono e sopravvivono, senza sapere che questa sopravvivenza è dovuta ad una minoranza di gente concreta, che dalla mattina alla sera coltiva, cuce, studia, crea,  commercia nel più assoluto isolamento. Quando basterebbe una buona organizzazione socio-economica per dare valore a tale lavoro e creare spinta per aggiungere nuovo valore. Dunque situazione di paradosso: i pochissimi in solitudine reggono ancora in piedi, con immane fatica, la “baracca” di tutti.

E a proposito di accucciarsi ed accontentarsi torna in campo la partita con l’Uruguay. Sono apparsi chiari, fin dall’inizio, il progetto, il bersaglio e l’obiettivo: un bel pareggio. Perché bastava quello. Spariti per sempre dal vocabolario tutti i predicati verbali aventi a che fare con osare, intraprendere, combattere per vincere. Orgoglio addio. Viva i contratti profumati, meglio se all’estero!

Intanto il famoso BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nonché insieme al Sud Africa, espande il suo alone di potenza economica e si prepara ad inglobare molti fiori all’occhiello del vecchio mondo occidentale, nel quale gli USA debbono addirittura difendersi e la vecchia Europa molto più di essi.

A credere nei segnali si direbbe che England, Spain & Italy, fuori subito dal campionato del mondo, non sono solo le avvisaglie dell’invecchiamento continentale.

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2009 – 2014: CAMBIAVANO GLI ELETTORI

Stava per cambiare il VOTO -  Ricambiano gli elettori

di franco amarella

Lo sviluppo della tecnologia, fra i tanti mutamenti provocati nei vari ambiti sociali, ha certamente sconvolto anche il mondo della politica, al punto di stravolgerne la stessa funzione logistica del radicamento sui territori. La televisione insieme con l’universo della rete oggi dettano l’agenda delle attività e, soprattutto, degli ascolti o dei contatti. Stiamo assistendo, pertanto, ad un cambiamento radicale del rapporto elettori–candidati. Rapporto che non si limita ad essere modificato nella ricettività informativa , bensì inizia a proporsi in forma attiva, anzi interattiva.

Perché nel frattempo gli “attori” del campo, fagocitati anch’essi da tanta possibilità di comunicare, esponendosi con pochissimo autocontrollo, altro non fanno se non richiamare forme di reazione popolare. Infatti in un clima abbrutito da comportamenti sfrontati, provocatori e rissosi, estemporaneamente attribuibili soltanto ad atteggiamenti personalistici spinti, ma con i protagonisti sempre a caccia di audience TV la politica è andata così trasferendosi in un ambito di perenne rappresentazione scenica, meglio se urlata.

I giornalisti stessi, inseguendo l’onda, riportavano in caratteri cubitali financo l’annuncio di un provvedimento legislativo, frutto di una dichiarazione anticipata nel pourparler di una trasmissione. Ed è stato proprio l’inseguimento all’audience da una parte, e dall’altra la spropositata loquacità politica che hanno fatto smarrire i più collaudati riferimenti di una comunicazione accorta, avveduta e responsabile. Nello spingersi affannosamente ed indiscriminatamente in esposizione, leaders e gregari hanno travalicato le bandierine di sicurezza dei rispettivi lidi e si sono spinti al largo, credendo di poter reggere ugualmente alla distanza. Ma ahimè, lo sforzo si è rivelato eccessivo. Cosicchè i nuovi scenari, inconsapevolmente aperti su di un protagonismo sgrammaticato ed esagerato, hanno spiazzato e modificato la stessa missione di rappresentanza politica del corpo elettorale.

Da qui l’inizio della marcatura del confine fra “vecchio” e “nuovo” modo di rapportarsi con gli elettori, ovvero di affrontare le competizioni elettorali. Sollecitati da quella molla di richiamo popolare, gli elettori cominciano a scattare in direzione delle candidature, pronti a “orientarle” prima ed a sostenerle dopo. Se prima l’affiancamento di sostegno chiaro o di simpatia accennata veniva espresso, più o meno velatamente, da esponenti del mondo della cultura e dell’arte, da un po’ di tempo a fiancheggiare i protagonisti, stavano andando piazzandosi palesemente sulla scacchiera : fanti, pedoni, cavalli, alfieri e regine. Ciascuno esponente di un gruppo finanziario, testata giornalistica, struttura sanitaria, addirittura di un marchio aziendale o di un’associazione no-profit, di un’emittente TV o di un’associazione di categoria.

Segnali questi di una incrinatura dell’ipocrita etica prudenziale, sotto la spinta pressante della voglia di rappresentare, a viso aperto, esigenze ed interessi dei cittadini (gruppi), che diventano sostenitori. Nelle trascorse campagne elettorali molte erano state le avvisaglie di emersione delle volontà latenti, ma per quella prudenza italiana, tutta ondivaga, gli schieramenti dell’articolata società civile riuscivano a rateizzare i propri desiderata, muovendosi lentamente e, soprattutto, veicolandoli under-ground.

Invece poi, complice la sfrenata e generale invadenza multimediale ed in virtù dei ritmi, sempre più martellanti degli stessi media, era stata proprio la pulsione sempre più drogata del presenzialismo da parte dei politici in video e, da un pò di tempo, anche sulla rete che stava richiamando l’innesto di una inseminazione involontaria, che probabilmente stava pian piano partorendo una nuova realtà: la lobby. Ed il fenomeno stava avvenendo in diretta TV od internet che sia, così come alla cruda legge del nostro tempo piaceva e piace dettare. Non esiste evento scientifico, sportivo, artistico, clinico, religioso o giudiziario senza che la televisione ne faccia spettacolo popolare, magari con televoto. E dunque non esiste politica senza televisione.

Ancor più non vi è audience TV, o classifiche fb /tweet, se il dibattito politico non sfocia nella lite, nell’insulto, nel turpiloquio. Non si clicka un pulsante su PC o tablet se non può apparire un video di trash politic. In questo clima stava per prender il sopravvento un elemento al posto del senso critico dell’azione politica: la curiosità per la provocazione e la conseguente attesa di una reazione in diretta. Ovvero la configurazione di un aspetto pseudoborsistico! Allora se aria di borsa era, aria di speculazione diventava. Ma se si speculava, e non nel significato propriamente filosofico, significava che le attese del pubblico erano più prossime alla scommessa che non alla maturazione concettuale. E se parliamo di scommesse, quindi dobbiamo altrettanto parlare di puntate. Ergo, parlando di puntate arriviamo a parlare di giocatori.

E se siamo stati attenti osservatori, nelle recentissime campagne elettorali trascorse, abbiamo potuto cogliere sia nei grandi partiti, come nel frazionamento dei piccoli raggruppamenti territoriali i tratti embrionali di tante esigenze antropologiche, sociali, finanziarie, etniche e religiose. Che non esprimevano la rappresentazione puramente simbolica di un tempo, bensì in maniera marcata e decisa erano (e sono silenziosamente latenti) lì, in quanto autentiche “puntate” per autodeterminare una concreta posta in gioco. La partecipazione politica dei cittadini italiani stava cambiando, perché era (ed è, vedremo come) cambiato il richiamo della politica. Allontanamento dalla politica? Niente affatto. Era solo il tramonto di un vecchio rapporto.

Tutta quella esasperata esibizione mediatica era stata la levatrice della metamorfosi politica, che stava andando a legittimare una partita fatta di competitori, di scommesse e di tifo. E mentre andava  allargandosi velocemente l’incrinatura nel muro dell’antica e prudente fede elettorale, fatta un tempo di valori ideologici, ma anche di tanta ipocrisia italiana, una parte di cittadini italiani cominciava a vedere come inevitabile l’evoluzione di un processo ormai avviato. Ancora vi era un po’ di indecisione, ma era proprio la stessa nebulosità a mostrare parimenti l’esigenza di una riorganizzazione politica radicale, che era pronta già nelle cose e che si appalesava anticipata nei fatti.

Stava delineandosi, con nitidezza dei contorni, il nuovo affresco del corpo elettorale italiano: stavano ufficializzandosi le lobbies. Certo ancora apparivano solo gli embrioni, non si distinguevano bene, ma la gravidanza c’era tutta. E mentre in molti attendevano tali nascite, forse provvidenziali, ecco accadere l’imponderabile: la CRISI finanziaria internazionale.

Accadde così che tutta una concertazione di nuovi germogli ben coltivati nella pubblica opinione, subì immediatamente uno scossone simile a terremoto e maremoto insieme. Di fronte a simile sciagura economica i tutori della rassicurazione non riuscirono ad avere ragione dei “cavalieri di sventura”, che subito assursero al ruolo di Protezione Civile Politica. Fu così che dal 2011 ad oggi, oltre alla politica gridata in TV e postata sui blog, si assiste allo sciorinare di “grida” manzoniane da una parte, di invettive grasse e maleodoranti da un’altra, di finti arbitraggi virginali. Questi ultimi con la pretesa illusoria di incellophanare il packaging di una campagna elettorale europea, che in verità serve per regolare più di una faida interna.

A noi cittadini protagonisti della espressione di voto, turbati e disorientati, non resta che fermarci per scegliere. Stabilire di non votare? Votare come sempre? Filtrare con la ragione infiorate e ricami che ornano certe proposte? Orientarsi sui “beni di rifugio”, non proprio rivoluzionari, ma sicuri nel non condurre su più pericolosi scivoloni? Rischiare avventure firmando cambiali in bianco? Stavolta in Italia non è semplice. Di bello è che si può dire di vivere un rodaggio, per poi lanciarsi con più sicurezza sulla pista delle future elezioni politiche nazionali.

 

 

 

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Rivoluzione TALK-POLITIC

di franco amarella

Poichè i politici in TV hanno “saturato” le sacche di credibilità , quindi, di attenzione degli utenti italiani, sarebbe opportuno smettere di alimentare con accanimento mediatico i TALK-SHOW con tutte quelle ospitate di politici vecchi e nuovi a confronto. Al posto di tante parole, litigi, toni alterati, chiasso, confusione e finte verità converrebbe far intervenire i BUROCRATI. Ovvero coloro che nelle diverse attività dirigenziali maneggiano effettivamente la “concretezza” dei fatti; coloro che effettivamente mettono in cantiere quanto ricevono dalla politica; coloro che sono chiamati realmente a rispondere dei percorsi virtuosi o delle alterazioni di sistema. Codeste persone – una volta sollecitate dai vari conduttori – obbligate a parlare senza schermaglie politichesi, sapendo di non poter mentire, farebbero autentiche radiografie in tempo reale dei vari pezzi di Paese. I telespettatori tornerebbero a mostrare interesse ed attenzione; con tutte le positività in cascata: più informazione, più realtà, più verità, più audience…quindi anche più sponsor.

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Parlamento 2013: da un Cannocchiale sul Colle

di franco amarella

C’è un cannocchiale sul Piazzale Michelangelo a Firenze attraverso cui, con una monetina, si può ammirare il panorama, andando a riconoscere gli spazi in una dimensione nuova: più complessiva e, al tempo stesso, interdipendente.

A pensarci bene, osservare la città gigliata dall’alto, magari dopo averla appena attraversata a piedi fra piazze, monumenti e ponti, induce al raffronto che spontaneamente diventa quasi matematico. Il dettaglio ed il compendio. La realtà del particolare osservato da vicino e quel suo stesso fresco ricordo inserito nella grande dimensione spaziale. Sicchè la percezione del tutto va a posizionarsi nella memoria con lucidità e visione d’assieme.

Il preambolo per far comprendere a chi legge e che si interessa di politica nazionale, che è arrivato il momento di salire su di un colle e guardare, attraverso un cannocchiale, dentro il Parlamento italiano. E ovvio che la metafora equivale a dire che solo chi è esterno all’attività politica  –e con un po’ di spirito di osservazione-  può vedere meglio e valutare il caos conclamatosi all’interno della vita parlamentare italiana, riuscendo anche a vedere una via d’uscita.

Tutta la politica nazionale, malgrado lustri e lustri di tentativi di stabilizzazione, è giunta senza speranze ad un punto di pre-collasso. Continuare a parlare di centrodestra e di centrosinistra non giova più.  E’ giunto il tempo della resa dei conti semantica. Se bipolarismo dovrà essere, bipolarismo sia. E lo sia a partire dalla testimonianza letterale della denominazione: Destra e Sinistra, o con altri appellativi di uso convenzionale. Inserire il prefisso “centro” nel gioco politico della concertazione cautelativa, per raccogliere consensi più allargati, ormai, serve a far dilatare sempre di più il rifiuto popolare, fino ad arrivare al disgusto.

Anni ed anni di curriculum fatto di equivoci, di aggiustamenti concettuali, di contorsioni ideologiche hanno definitivamente screditato quel centro “collante”, di volta in volta funzionale a tenere in piedi formule governative in camera di rianimazione. Che il “Centro”, culturale e politico, si collochi in piena libertà di coscienza in un lato e/o in un altro degli schieramenti; lo faccia senza pretendere di esibire un’etichetta per essere riconosciuto autonomamente ma agendo attivamente dall’interno, nell’opera di concorso per il raggiungimento del famoso bene comune.

Dunque la prospettiva dal cannocchiale sul colle è abbastanza chiara: rivoluzione nelle parole, perché possa diventarla nei fatti. Certificarsi nel bipolarismo come area di “Destra” ed area di “Sinistra”, così, semplicemente, senza il viatico ambiguo di vetusti prefissi è l’unica strada da percorrere per incontrare nuovamente gli occhi degli elettori, potendo scambiare con loro sguardi coraggiosi e senza vergogna. Provare è obbligatorio e se non dovesse funzionare non sarà stato certo per una errata visione “decentrata”.

Allora si  -con il cannocchiale rovesciato-  avremmo compreso quale grande errore sia stato avviare in Italia il bipolarismo.  E torneremmo, fallimentari, agli anni ’60.  Mitici per qualcuno, italiani senz’altro.

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