La Notte della Taranta

Cambiarla per non fermarla.

di franco amarella

La Notte della Taranta è cosa buona e giusta? Cosa buona senz’altro. Tanto è vero che il travaglio conturbante del pizzicore aracneo ha ottenuto il riconoscimento della società scientifica. Cosa giusta non direi, perché il metro del significato antropologico del tarantismo, non coincide più con il metro della kermesse.  E quando la stessa grandezza viene misurata con due scale diverse finisce per rivelarsi “ballerina”, quindi inaffidabile nei riferimenti assoluti.

Ed è quanto sta accadendo alla Notte della Taranta. O meglio, è il rischio che sta correndo la Notte della Taranta. Dunque tutto rimediabile e, per giunta, senza correttivi traumatizzanti. Se venti anni fa qualcuno avesse pensato di portare, come produzione spettacolare, la Pizzica a Londra o a Pechino gli avrebbero certamente regalato una bella camicia di forza, con tanto di biglietto di sola andata.

A quel tempo Pizzica, Taranta e Santu Paulu erano termini di dominio privato, anzi privatissimo. Anziane vestite di nero dalla testa ai piedi, specie nelle contrade più remote, governavano la gestione di un tarantismo tramandato, quasi desueto, ricorrendo al racconto e forse mai alla stessa pratica reale.  Anche perché di circostanze “pizzicatorie” ormai il ragno ne aveva ben poche. Carusi e caruse ormai si pizzicavano da soli.

Mentre il fenomeno, proiettato nella cultura popolare, vedeva quei pochi musici impegnati abbeverarsi alla fonte di qualche intellettuale, per tenere in vita eroicamente le sepolte radici distintive. Ed è stato grazie alla persevernza di pochi musici, insieme ai capricci della moda che il ritorno della nostra musica popolare si è rivelato dapprima una deflagrazione e poi una copiosa inondazione. A questo punto due considerazioni, diverse ma parallele: a) il successo grazie alla complicità dei ritmi; b) l’intuizione di farne un brand territoriale.

Una volta riemersa dagli anfratti rurali e complice il suo martellante ritmo, la pizzica ha potuto attrarre fiumi di giovani, sottratti temporaneamente agli ossessionanti ritmi da sballo delle discoteche. Dunque la chiave di accesso alla taranta per moltissimi, dai teenagers agli under trentacinque, è stata soprattutto una trasposizione, un’equivalenza che dava in ogni caso la cifra della cosa nuova, in quanto a partecipazione collettiva.  Seconda considerazione, farne un brand. Illuminata è stata la politica locale a percepire anticipatamente gli effetti della deflagrazione. Infatti si è trovata preparata quando ne è seguita l’inondazione.

Dopo quattordici anni vi è un logo affermato, un’appuntamento atteso e consolidato, uno scatenato veicolo di promozione territoriale. Tutto sembrerebbe procedere per automatismi rassicuranti. Ahimè, non è proprio così. Perché è proprio nella scatenata testimonianza di consenso che si annida il germe della doppia valutazione con scale metriche diverse. Cioè quando l’hard del significato antropologico non è più in grado di coincidere con la voracità dell’offerta di spettacolo. Ancor più quando, come nel nostro caso, la stessa domanda viene anticipata da un’offerta di spettacolo, iperassortita per “dovere” di novità. Ed è qui che il rischio diventa poco facile da gestire. I vari direttori d’orchestra negli anni si sono adoperati nel proporre gruppi su gruppi, formazioni musicali da ogni dove, sperimentazioni strumentistiche, arrangiamenti creativi, ospitate etniche, artisti nazionali ed internazionali. Il loro lavoro senz’altro meritorio, culturalmente onesto ed apprezzabile, non è riusito però a caratterizzare ed a contestualizzare lo spettacolo all’interno del fenomeno medesimo.

Sembra come se il loro obiettivo primario fosse agevolare ed irrobustire ad ogni anno le famose “contaminazioni” culturali, al fine di assicurare vitalità e longevità al concertone stesso. Mai una nota divulgativa per immagini ad inframmezzare le musiche; mai documentazioni filmate delle antiche“guarigioni”a contestualizzare il perché di tutto quello stordimento musicale; mai la figura di un conduttore professionale e competente per traghettare sul pubblico le intenzioni  e le sfumature di una regia, che è mancata a sè stessa.  Anche quest’anno i centomila di Melpignano erano lì, fisicamente in attesa di stordimento, assecondando i ritmi in una sorta di autonomia robottizzata, scollegata dal palcoscenico, quasi che la musica giungesse da un altro dove, purchè martellante, ossessiva e senza soluzione di continuità. Il cartellone è diventato questo. E si ripete nella errata consapevolezza di inanellare un altro successo. Ma proprio quest’anno il patron della prima ora provoca e dice:”Sarebbe il caso di fermare la Notte della Taranta per un anno”? Non so per quali motivi avverta l’esigenza di chiederne la sosta.

So invece per certo che continuando a pompare sulla grande distribuzione sonorizzata, man mano finirebbero per diventare estranee quelle veraci sonorità di nicchia, che oggi sono colonna vertebrale della tradizione e del concertone medesimo. Tutto il valore culturale proveniente da un mondo salentino, più precisamente contadino, rischia di subire un destino inflattivo per un sovradosaggio di sperimentazione e di estemporanea rappresentazione. Gli operatori obietteranno sulla classifica di estemporaneità, adducendo le ore ed ore di prove e di limatura delle imperfezioni. Nessuno mette in dubbio il lavoro meritorio di un direttore d’orchestra. Il fatto è che rimane il lavoro di un direttore d’orchestra, al quale non si può chiedere di fare un capolavoro di scenografia, sceneggiatura, conduzione e regia.

La Notte della Taranta, se vuole continuare ad essere un brand esportabile, deve attrezzarsi con un corredo direzionale polivalente. Soprattutto per vigilare sugli eccessi. Ben venga la ricerca, ma che sia orientata sulla scenografia, sulla comunicazione multimediale, sui costumi. Giammai storpiare una pizzica in nome della contaminazione culturale d’oltre mare o d’oltr’alpe. Se una rappresentazione concertistica rimane orfana dei cardini su cui girare è fisiologico che cominci a girare a vuoto. Ed è facilissimo scivolare, quando si è giunti molto in alto per passione e per innovazione.

Vorrei a questo punto proporre un paragone – assolutamente non politico, né politicizzante – con un altro evento similare, anche se più grande e più partecipato: il concertone del 1° maggio a Roma. Anche lì tanti gruppi musicali, tanti cantanti, ospiti internazionali. Bene. Ma l’ausilio della multimedialità, una calibrata regia e, soprattutto il fil rouge gestito dal conduttore, riescono a calettare il pubblico con il palco in una rotazione sincrona e viva. Lo si comprende dall’assenza di brusìo, quando l’ascolto gradisce il silenzio e viceversa dall’accompagnamento corale se l’artista dal palco invita a farlo con un cenno. Ne è testimone la RAI, con le sue telecamere ed i suoi microfoni. Eppure sono in centinaia di migliaia.

Perché non dare alla Notte della Taranta uguale opportunità di simbiosi?

E’ la sensazione di qualcosa che non va, e che per me equivale alla mancanza di affinità elettiva fra pubblico e concertone, che ha fatto richiedere al patron Sergio Blasi una pausa momentanea?

Certo l’università Bocconi ha presentato sul vassoio di portata tutti i numeri che esorcizzano le paure di malattia del ragno. Cosa buona. Ma non ci ha dato la cifra del coefficiente di sopravvivenza in buona salute del nostro tessitore. Sarebbe stata cosa giusta.

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