Disegno geometrico

di franco amarella

Che si debba vivere circondati dalle meraviglie della geometria è un assunto. Che ad essa si debba fare ricorso per dimostrare similitudini poligonali è un fatto. Che proprio i criteri di similitudine geometrica possano servire per dimostrare un percorso di politica economica è un’opportunità.

E qui vorrei coglierla. Sarò BREVE. Anzi BREVETTO.

Ala fine degli anni ’80, in piena epoca di “edonismo reganiano”, ci fu presentata la nascente “Grande Unione Europea” come l’avvento di un nuovo e concreto Eldorado; a partire dalla eliminazione dei dazi alle frontiere, fino alla facilità di circolazione delle persone e delle merci, con le prospettive di miglioramento lavorativo.

L’Italia aderì alla “Area di libera circolazione” nel 1990, dopo che questa era stata configurata tra Germania, Francia Belgio, Olanda e Lussemburgo fin dal 1985 con il Trattato di Schengen. Man mano nel tempo e fino ai nostri giorni gli accordi sono diventati “Regolamenti”, i controlli delle frontiere all’interno dell’AREA teoricamente azzerati ed oggi i Paesi dell’Area Schengen sono 26, di cui 22 membri dell’Unione Europea.

Ovviamente questa semplificazione temporale, apparentemente quasi banale nell’enunciazione, anticipa di proposito l’improvvida semplificazione del meccanismo politico, che in vent’anni non è ancora stato capace di “creare” una vera Comunità politica dei Popoli continentali.

Tutta l’informazione promozionale aveva fatto vibrare, fin dall’inizio, le corde di grande apertura e di facilitazione degli scambi, trascurando un’attenta disamina sulla presa di coscienza delle varie popolazioni.  E tanto affrettato fu il tentativo omogeneizzatore blu a stelle giallo-oro, che si pensò prontamente a servirlo,  come fosse già avvenuto, attraverso la moneta unica: l’Euro.

Inutile sottolineare come e quanto fu dannoso tale provvedimento, atteso che non tutti gli Stati, Italia in primis, erano finanziariamente pronti per un’adozione valutaria così determinante. È stato come voler fare girare in curva le ruote di destra e di sinistra di un’auto, allo stesso numero di giri senza il differenziale. Un disastro.

E man mano che sempre più palese balzava evidente che non esistesse un’Europa politica dei Popoli, perchè non esisteva una Costituzione e men che meno un esercito europeo si è sempre proceduto a delegare la Banca Centrale Europea per fronteggiare le difficoltà nazionali, inclusi gli affioranti progetti di EXIT.

In poche parole lo scettro del comando di questo fantaglorioso mondo Europeo-Unito è rappresentato dal manico di un ombrello finanziario BCE, pronto ad aprirsi ed a richiudersi secondo convenienza.

E così quella “Area Promessa” di svincoli doganali, di apertura e di nuove  opportunità, ha finito per diventare una “EUROZONA” obbediente alle leggi della finanza, con tutti i suoi innumerevoli vincoli ed obblighi. Così è la BCE a provvedere per stimolare la “crescita” o ad arginare la “decrescita”, o ad intervenire su inflazione e PIL.  Non vale più nemmeno fare appello alla sovranità nazionale, perché nei fatti non viene più esercitata ed anzi ci si avvia alla sua cessione all’Unione Europea.

Ma cosa c’entrano i criteri di similitudine geometrica con quanto detto fin qui? Faccio un esempio: Due triangoli sono simili se hanno due lati proporzionali e l’angolo compreso uguale.

Bene, quali sono i due triangoli in questione? Sono l’UE e il TTIP.

Dell’Unione Europea abbiamo visto la sua rappresentazione reale, quella sotto i nostri occhi, non quella teorizzata dai Padri fondatori. E abbiamo constatato che partiti con l’entusiasmo della “terra promessa” nel 1990, siamo oggi costretti ad arrancare in compagnia di una moneta non proprio amica. Vieppiù costretti a viaggiare senza “differenziale”, interposto fra le ruote della vettura Italia, la cui sovranità nazionale è delegata ad una sorta di capocondomino UE.

TTIP:  Transatlantic Trade and Investment Partnership è la proposta di partenariato transatlantico. Indovinate un po’ come comincia la musica? Zona di libero scambio transatlantico dal 2013 tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America con l’obiettivo di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo molta normativa esistente in una vasta gamma di settori. E ciò al fine di rendere possibile la libera circolazione delle merci, facilitare il flusso degli investimenti ed agevolare l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici.

Ed ora l’Europa, con la SUA ALTA COMMISSIONE comincia a proporre i salti di gioia per questa nuova apertura, per questa nuova opportunità. Come mai? Se ancora non ha risolto il suo assetto interno, che ne sarà della “sua” Sovranità fatta di tutte le Sovranità nazionali avocate a sé? Naturalmente, quando si vuole forzare una risoluzione economica, che probabilmente nasconde la risposta alla domanda “Cui Prodest”, si sceglie il viatico dell’incremento occupazionale e delle maggiori prospettive di benessere.

UE e TTIP : stessi lati, stesse angolature. Se non sono due triangoli simili questi….!!! Naturalmente uno è più grande e mostra tutto il suo appetito nel disegno.

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Banche, Obbligazioni & Sicurezza: Programma SEMAFORO

di franco amarella

Da giorni su tutti i giornali e TG, RAI in testa, si parla e si discute di banche con riferimento alle azioni ed in particolare alle obbligazioni subordinate.

Ovvero si parla dei danni ai risparmiatori arrecati da tutti quei titoli, divenuti “rancidi” in quelle banche “andate a male”.

E si aprono tavoli. E si cercano responsabilità. E si propongono rimedi. Praticamente dopo la fuga dei buoi, ecco parlare di lucchetti e di chiavistelli. Ovviamente senza cavare il ragno dal buco.

Ed allora ci provo io, qui, con timidezza e con semplicità, partendo da una premessa.

Se è vero che gli esempi pratici contano più degli insegnamenti teorici, ecco che mi viene subito di parlare di tracciabilità. Se ne fa un gran parlare per frutta ed ortaggi freschi; per agroalimentari trasformati ed invasettati; per salumi, formaggi, pasta, vino, olio etc. Ma non solo. Si vuole conoscere subito, quasi all’impronta, la provenienza di capi d’abbigliamento, oppure di materiali industriali, o di oggettistica varia.

All’uopo ad ognuna delle principali famiglie merceologiche è stato attribuito un segno, una scritta, un bollino, una cifra di riconoscibilità. Insomma con gli accordi raggiunti fra ministeri, associazioni ed enti preposti l’universo commerciale si avvia a diventare completamente “tracciato” nella sua filiera di esistenza. E se ancora non tutte le produzioni risultano assoggettate a tale trasparenza, tutti ne riconoscono comunque la valenza e l’utilità del metodo.

Fatta questa premessa ecco la domanda: Perché un’etichetta deve indicare la trasparenza e la tracciabilità di un pezzo di formaggio e non di un’OBBLICAZIONE bancaria?

Un’altra domanda: Atteso che il linguaggio finanziario può indurre in confusione il Risparmiatore, perché non ci si affida ad un piccolo segno di distinzione IMMEDIATA sulla modulistica?

Ed è proprio con questo spirito di tutela consumeristica che si propone una possibile soluzione: tanto elementare, quanto RIVOLUZIONARIA. Così rivoluzionaria che, già nel tempo, parve risultare poco gradita al mondo del credito; e che oggi voglio proporre al mondo dell’informazione, proprio in virtù del gran coinvolgimento dei media sul tema.

Volendo dare un nome all’idea, ecco il PROGRAMMA SEMAFORO.

Clicka qui : Progetto semaforo 2015

 

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“San Martino” costa caro al Carducci //LOL

di franco amarella

LOL. È ufficiale: il nome di Giosuè Carducci è stato iscritto sulla “tavoletta” dell’esilio. No, non è tablet. E’ ostrakon. A pronunciarsi sull’ostracismo, all’unanimità, sono stati gli ambientalisti ed ecologisti italiani, insieme ai connazionali animalisti e vegani. E per renderlo noto hanno atteso proprio la data “giusta” l’11 novembre, San Martino.

Come era facile attendersi tutto il mondo accademico ne è rimasto incredulo prima ed allarmato poi. Tant’è che si è attivata subito una commissione ricorrente, composta dagli alti vertici della cultura internazionale, al fine di inoltrare al Presidente della Repubblica Italiana una petizione, per l’azzeramento dell’iniqua quanto invereconda azione sanzionatoria.

Ma andiamo al perché di tanto integralismo etico, morale e politico.

È arcinota la poesia “San Martino” del vate di Pietrasanta; ed è proprio contro quella lirica che le schiere eco-animal-vegane si sono scagliate con un intervento a piedi uniti. Proprio laddove il Carducci, nel dipingere l’aere freddo e nebbioso del tempo, dice “…gira sui ceppi accesi lo spiedo scoppiettando” ed aggiunge “sta il cacciator fischiando sull’uscio a rimirar, fra le rossastre nubi, stormi d’uccelli neri….”!

Apriti cielo! C’è lo spiedo che reca la prova tangibile di una consumata ed inutile uccisione animale e c’è il cacciatore che è pronto a fucilare ingordamente i poveri passerotti, i quali intimoriti tentano di migrare.

I bio-giudicatori, a quel punto, hanno sottoscritto “ Non consentiamo la reiterata lettura di tali versi nelle scuole di ogni ordine e grado, perché, in modo subliminale, inducono alla violenza gratuita sugli animali, nonché ad idealizzare, con la figura del cacciatore, l’uso improprio delle armi”.

E così dopo Cimone, Temistocle, Ipparco ….nell’antica Grecia, anche in tempi moderni il nome di Giosuè Carducci è finito su di un pezzo di coccio, per essere esiliato.

Oggi è San Martino e tutti i casti e puri amanti della natura tirano un sospiro di sollievo, pur con molta prudenza e tanta circospezione. Perché il resto dell’umanità potrebbe tirare altro al loro indirizzo. E sono tanti di più.

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Sul pianerottolo, di fronte : la Libia

di franco amarella

Qualcuno deve spiegare al mondo come mai i militari di Marina libica, che fino a “l’altroieri” sequestravano i pescherecci di Mazara del Vallo, che  –a loro dire-  affacciavano la prua nelle proprie acque territoriali, viceversa “fino a ieri” hanno consentito l’ingresso a decine di navi militari, quasi ad attraccare sulle rive di Zuara, di Sabrata, di Tripoli addirittura.

Si è trattato di natanti di medio e grosso cabotaggio impegnati in un servizio di water-taxi.

Imbarcavano centinaia di migranti per sbarcarli sulle coste italiane.

Poi, oggi, tutto ad un tratto gli stessi militari di Marina libica “DENUNCIANO” lo sconfinamento nelle proprie acque delle navi da guerra italiane. E minacciano reazioni. Addirittura fanno decollare aerei da caccia.

Indipendentemente se, come, e quando sia accaduto… siamo capaci di dire al mondo che l’Italia è una nazione e non la COOPERATIVA di un dopolavoro?

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L’UNIONE OGGI…nella finzione

di franco amarella

Bruxelles è a due passi. La data c’è. E’ quella del 18 giugno 1815. L’Unione Europea ha bisogno di ricostituenti. L’occasione non è gustosa, è ghiottissima! Parte quindi la rappresentazione della Battaglia di Waterloo, nei luoghi autentici, dopo duecento anni.

Questi i numeri in gioco : 5.000 figuranti  -dice il TG RAI Uno delle 8,30 di oggi 18/giugno, 6.000 per il Corriere della Sera- tutti in divisa d’epoca, 300 cavalli, 100 cannoni, armi autentiche ma caricate a salve. Gli spettatori fino a 60.000 su di un terreno pari a 30 ettari. La rappresentazione, parcellizzata nelle sue diverse fasi di battaglia, dura 5 giornate.

Dopo la rievocazione del “giorno più lungo”, il D-day del 5 giugno 2014 sulle coste della Normandia, ecco arrivare il 18 giugno 2015 a Waterloo.  Nel primo caso –tra l’altro- si volle riproporre e cementare l’idea di coesione alleata, commemorando il 70° anniversario dello sbarco anche con la presenza di qualche centinaio di reduci. E comunque al di là del messaggio di promozione politica d’oltre oceano, vi fu il rispetto per tutti i caduti, non ricorrendo appunto ad enfatiche comparsate.

In queste ore, invece, ampio spazio alle coloratissime scenografie imperiali per divertire turisti e visitatori dei luoghi, nonché per stupirli con le attività dei figuranti fra colpi di fucili e cannonate. Ovviamente a salve. Ma se il tempo, con i suoi duecento anni, rispetto ai settanta di prima, può aver accantonato il ricordo dei caduti, non può far sorvolare sulla scelta strumentale dell’evento. Una manifestazione di potenza numerica e politica, utile alla bisogna, dimenticando di stare a spettacolarizzare ventri squarciati da anonime baionette, corpi mutilati da palle di cannone o calpestati da cariche di cavalleria. Questa volta senza rispetto.

Ma all’Unione Europea che chiede rigore finanziario, all’UE che rifiuta la sistemazione dei cosiddetti “migranti”, perché demanda all’Italia il compito di front office e poi di asilo e poi di ospedale e poi di alloggio e poi e poi…., a questa Unione Europea piace esibire e sottolineare a sé stessa l’unione proficua che fu nel 1815, con la conseguente ragione avuta sul “pericoloso ribelle” di Francia. Dunque divise, colori, velluti, alamari, cappelli, passamaneria, quadrupedi, finimenti, schieramenti, bandiere…un insieme di immagini in movimento, su un terreno di trenta e passa ettari, capaci di evocare una suggestione, all’ombra della verità storica: l’UNIONE degli Stati d’Europa VINCENTE.

Ed in questo l’impegno profuso dagli Stati europei interessati è stato notevole. Far muovere migliaia di persone reali, su spazi reali, con accessori reali tutti obbedienti ad un copione, non è stato semplice. Però non si poteva perdere un’occasione così, a due passi da Bruxelles, per promuovere fra le righe l’Unione….dei nostri giorni. Una UNIONE EUROPEA che continua a chiedere fiducia sotto varie forme, dimostrando di non aver mai conseguito solidità di assetto e meccanismi di reciprocità fra tutti gli Stati componenti; ancorchè si tenda agli “allargamenti” verso altri Paesi, quasi a voler conseguire maggiore stabilità inglobando ulteriori adesioni nazionali. Oggi, invece, la realtà ci avverte che una forza centrifuga si fa sempre più consistente, pronta ad enucleare piuttosto che attrarre.

Tornando alla cronaca, per concludere, fra tanta moltitudine di colori, una nota brilla di grigio: tranne un’avvocato francese che cavalca da Napoleone, nessun cittadino de La Senna partecipa alla “battaglia di Waterloo”.

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Farsi sentire dall’UE ? Si può !

di franco amarella

E si ritorna a parlare di migranti. Stavolta a fare eco al tavolo europeo di discussione c’è stato il coro degli angeli tricolori, in TV come in radio e sui giornali cartacei. Ovviamente dal più articolato dei bla-bla-bla non è scaturita la minima soluzione, né una ipotesi possibilista di breve termine.  L’unica novità è stato il tavolo europeo richiesto dall’Italia e, per la prima volta, accontentata. Tavolo, che nei fatti, si è rivelato subito una parata a stelle e blu in pasto alla opinione pubblica, come atto dovuto per le ottocento e passa vittime del barcone capovoltosi sulle coste libiche.

Perché dico di essersi trattato di una riunione di facciata? Perché alla fine dei conti tutto è rimasto come prima, tranne che “per qualche dollaro in più” all’Italia, in quanto parafulmine o messa a terra che dir si voglia. Infatti tutti gli oneri di accoglienza sono rimasti allo Stivale. Si l’Inghilterra metterà a disposizione qualche natante o elicottero per i soccorsi, così pure la Germania, ma la gente soccorsa in mare sarà poi sempre “regalata” all’Italia.  I nostri governanti ne sono usciti fieri.

E sono anni che le orecchie dell’amata Unione Europea si tengono ben lontane dall’ascolto umanitario, tanto abbracciato dal nostro paese. Abbracciato non coralmente, è chiaro, ma così fortemente e pressantamente da parte di chi regge il timone di governo, al punto da dimenticare ogni intervento umanitario verso quei tantissimi italiani “residenti sui cartoni” sotto i ponti o sul marciapiede degli anfratti di condominio; o ancora verso quella moltitudine di anziani che rovista nei rifiuti, o negli scarti ammassati esternamente ai margini dei supermercati.

Ora che l’Italia si sforzi di richiedere il coinvolgimento europeo, nella ricerca di una soluzione organica al problema immigrazione, è cosa buona. Ma se la richiesta viene reiterata ogni volta con un filo di voce, quando mai verrà ascoltata? E come potrebbe fare altrimenti?

Risposta: Con un po’ di midollo, per non dire esibendo gli “attributi”.

Quando si ritiene di averne diritto, l’oggetto della richiesta non solo va perorato ma anche difeso. E se bisogna arrivare a difenderlo a spada tratta, bisogna essere preparati con una carta di riserva da poter giocare. Altrimenti su quei tavoli internazionali si viene stracciati dall’esperienza e dalle strategie altrui.

L’Italia chiede maggiore coinvolgimento? Più tangibile partecipazione? Bene, l’Europa non ne vuole sapere? Ecco, ad esempio, quella che potrebbe essere una carta di riserva: il non rispetto delle quote produttive, il non rispetto del patto di stabilità…etc, etc! Se la situazione è insostenibile, se i centri di accoglienza sono prossimi al collasso, beh l’Italia ha –non il diritto- il dovere di autotutelarsi, cari paesi membri e soprattutto cara compagine governativa italiana, buonista e antinazionale.

Per chiudere, siamo di fronte all’ingenuità superficiale di aspiranti chierici? Oppure ad autentici esponenti da Quinta Colonna, aspiranti al conseguimento di una sostituzione dell’elettorato nel breve termine?

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Religione e nuova informazione

di franco amarella

Erano lustri che i programmi di Mamma Rai non sottolineavano la ricorrenza del venerdi prima di Pasqua. Il venerdi santo.  Nemmeno la famosa rete ammiraglia, cattolica e “democristiana” : Rai Uno.  E neanche con il pontificato di Giovanni Paolo II quando, pur seguendo la Via Crucis al Colosseo, il senso e la portata religiosa erano stati offerti nel profondo significato simbolico, privilegiandone invece la diffusione in cronaca come evento religioso si, ma piuttosto spettacolare per la grossa portata mediatica.

Oggi 3 aprile 2015, parlando proprio della rete ammiraglia, dalla prima mattina è stato tutto un sottolineare, un ricordare, un commentare il venerdi santo. Da Uno Mattina a Storie Vere, da A Conti Fatti alla Prova del Cuoco.  Da Franco Di Mare che, addirittura, nel suo “editoriale”, ha illustrato tutte le quattordici stazioni della Via Crucis fino ad Elisa Isoardi che ha “bacchettato” un cuoco, per aver farcito un supplì con del ragù di carne, proprio di venerdi santo; raccomandandosi poi con il pubblico a casa di mangiar magro nella giornata. Fino ai menu della Clerici proposti rigorosamente in chiave “astinenza”, ovvero abolendo ogni forma di carni.

Il tempo di un TG e subito “A Sua Immagine speciale venerdi santo”, che azzerava e sostituiva il tribunale di Torto o Ragione. E poi Vita in Diretta che apriva i servizi con il tema della Via Crucis ed il collegamento con Gerusalemme, terra dei luoghi dei fatti commemorati.  Dunque un inedito palinsesto rispetto ai tanti venerdi santi degli anni passati, trascorsi nell’oblio del cattolicesimo e del cristianesimo. Un palinsesto che, negli anni, aveva visto in varie trasmissioni la presenza si, di preti, ma sempre per parlare di sociale, di costume e di cronaca. Un prete ospite fra gli ospiti, ma sempre come “expert among experts”.

Che cosa è potuto accadere oggi? E’ stata colta la giornata per cominciare a ritrovarsi intorno alla fonte ideale del cristianesimo, visti i pericoli reali di un lontano martirio che avanza? Oppure l’informazione si è resa conto di aver trascurato ad oltranza le radici spirituali di un popolo, che oggi si ritrova a dover convivere, in casa propria, con altri dogmi ed altre dottrine religiose?

Se così è, vista la suddetta totalizzazione di produzione TV, quale mano timoniera ha compiuto la virata? E’ stato ravvedimento, suggerimento, redenzione, pentimento?

Chi lo può sapere!!!

Sta di fatto che è accaduto. Ed a voler ravvisare delle concomitanze c’è da osservare che almeno due spinte possono aver determinato la virata. Una è senza’altro quella indotta da Papa Francesco, il quale sta calamitando le residuali molecole cristiane all’interno dei cuori post moderni, per farne un aggregato di riflessione, di meditazione e di nuovi comportamenti. L’altra spinta? Beh, c’è solo una mano che può imprimere al timone Rai una rotazione radicale così totalizzante: quella del Governo. E che sia per calcolo politico, o per affinità ideologica il risultato non cambia.

A voler chiudere la “giornata televisiva santa” non poteva mancare, in prima serata,  l’annuncio dello speciale di Porta a Porta – Venerdi Santo. Senza intenzioni dissacratorie, mai lontanamente concepite, una domanda sorge spontanea : vedremo il plastico del Golgota? Ora dopo tutta questa elencazione di palinsesto va detto: ben venga la raffica di trasmissioni dedicate, quasi monografiche. Ma proprio perchè autentiche mitragliate di “prodotto”, palesemente organizzate, non sembra una campagna intensiva di promozione pubblicitaria?

Campagna piombata dopo anni di silenzio sulla ricorrenza del mistero della Croce! A parte il bene che comunque ne può derivare, è possibile che anche la spiritualità più profonda e più sacra possa essere manipolata come il trailer di una fiction da lanciare?  E magari ad usum delfini?

Questo è il tema di coscienza.

 

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UE : ESSERE O NON ESSERE

di  franco amarella

Se falliscono le trattative saranno inviate armi in Ucraina.  Questo è quanto emerge dai colloqui alla Casa bianca fra Obama, Hollande e Merkel. Colloqui fra capi di stato apparentemente estranei alla faccenda Ucraina; atteso che la disputa su quei confini si giochi realmente fra Vladimir Putin e Petro Oleksijovyč Porošenko.

Ma ci sono i giacimenti. Ed allora la disputa si allarga. Si fa avanti l’Europa, ovvero la cosiddetta Unione Europea. Il collegamento si trova facilmente. Un allargamento è possibile. Dunque l’UE è dalla parte dell’Ucraina. Putin non ha bisogno di alleanze, né di permessi per appoggiare i separatisti dell’est. La geografia si muove nelle sue linee di confini: ed è Crimea.

Subito il rilancio sul tavolo da “gioco”. L’UE commina sanzioni alla Russia, sono di tipo commerciale.  E mentre dall’altra parte dell’oceano si comincia lo streching, la  nostra piccola Italia deve piangere il degrado di quintali su quintali di prodotti  agroalimentari “rifiutati” dalla Santa Madre Russia. Ma il passo che introduce alle vie di fatto più consistenti non si fa attendere. Entrano in campo cecchini ed attentati, artiglieria leggera e pesante, aviazione. Qui il valzer della diplomazia diventa affannoso rock, direbbe uno showman predicatore.

Parigi, Londra, Kiev……Washington. Sono i ministri degli esteri che si parlano? Che si incontrano? Che discutono? Niente affatto. Sono gli stessi capi di stato a farlo. Beh, è giusto che siano Putin e Porošenko a vedersela direttamente, se così fosse. Ma così non è. Perché la oggettiva difficoltà di dialogo fra due nazioni in guerra, che quotidianamente lasciano per terra decine di cadaveri, induce i “cointeressati” a farsi avanti. Dunque Il presidente della Casa Bianca per gli USA e per l’UE, che non ha un presidente e nemmeno un esercito ma soltanto un rotondino metallico coniato, ci sarebbe l’Alta Rappresentante per l’Estero: Federica Mogherini. Questo lo scenario dettato da un protocollo logico.

Niente di ciò.  La UE si scompone nel suo effettivo potere e per la “U” ci va Hollande; mentre per la “E” ci va Angela Merkel. Così a Parigi prima, poi in Russia, poi in America ed infine in Canada.  E la Mogherini? Certamente è al lavoro, ma quale? Quello che ne viene all’esterno è che è l’ufficio stampa dei Due di prima.

Cosa significa questo? Una cosa sola : l’Unione Europea  è un organismo fatto nascere con tanti di quei deficit, che a distanza di soli vent’anni ha sempre più bisogno dell’accompagnamento, proprio come un’anziana affetta da handicap genetico irreversibile. E quel tondino metallico di conio, detto €uro, non può fare i miracoli che gli si richiedono. Di fronte alle crescenti affermazioni identitarie, ai temi sociali, alle sovranità nazionali dei singoli stati cosa può fare quel miserevole tondino?  Nulla. Qualcuno dirà “ma si sta lavorando per il raggiungimento di una Unione politica dell’Europa”. Qualcun altro sta già chiamando questo lavoro: il quarto Reich.

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L’Italia è ancora terra di Cavalieri?

Il “Cavaliere”, in questa nazione di scudieri perenni, è ai servizi sociali. Come mai?  E’ stata un’ingiustizia averlo condannato, oppure un’ingiustizia avergli inflitto una così mite condanna? Indipendentemente dall’essere berlusconiani o meno, mi pare ovvio quanto sia accaduto. L’ingenuità politica, la creatività dialettica (qualche volta eccessiva) e la disinvoltura comportamentale (più di una volta oltre gli schemi istituzionali) hanno finito per essere stigmatizzati come difetti “imperdonabili”.

I commenti quotidianamente espressi come strali punitivi hanno punteggiato titoli cubitali e talk show TV, etichettando gli atteggiamenti del Cav come aspetti vergognosi, inqualificabili ed indegni. Se poi consideriamo l’anomalia della smisurata ricchezza personale, dobbiamo aggiungere ai precedenti “difetti” un elemento negativamente attrattivo, generatore di un sentimento distruttivo: l’invidia. Dunque sotto i pluriennali fendenti inferti dalle tastiere della politica nostrana, molte volte in sincrono con altre pattuglie di penne d’oltralpe, Silvio Berlusconi altro non ha potuto fare che soccombere.

Indubbiamente le sue colpe sono molteplici, perché non è riuscito a comprendere che di assedio si muore e lui ha caparbiamente perseguito la strada della famosa creatività dialettica e della nota disinvoltura comportamentale. Venendo però al punto più centrale, ovvero circa la sua ingenuità politica, non si può dire di aver avuto accanto fari luminosi di affiancamento. Padania a parte, che all’epoca non poteva certo illuminarlo per tutta la lunghezza dello stivale, ci sarebbe stata una destra, che avrebbe potuto affiancare il Cavaliere precedendolo sulla strada della politica determinata, grazie al proprio “patrimonio valoriale” ed alla nuova esperienza parlamentare, agevolata proprio dal Cavaliere fin dal 1994.

Ma fu proprio quella destra che, invece di approfittarne per conoscere anche la propria vitale rinascita in chiave di modernizzazione politica, fu proprio la destra che, per mano del suo presidente scudiero, oggi anche lui “perenne”, abdicò credendosi ormai in vetta all’everest del potere politico. Da quel momento la destra italiana, divenuta progressivamente insipida e mollacciona, si dissolse fino a sparire. E Berlusconi rimase da solo ad arrovellarsi nelle rosse lamentazioni giudiziarie, di tanto in tanto intervallate da un banchetto assistito o da un aperitivo piumato.

Parimenti all’interno del suo partito il Cav non ha mai trovato uno specchio coraggioso, competente e fraterno da potergli far apparire e “digerire” la realtà: una compagine che andava assottigliandosi vuoi per fatto socio-politico esterno, vuoi per assetto interno di logistica e linea strategica. Questo è l’affiancamento tecnico, politico ed etico che è mancato e che ha condotto un intero emisfero parlamentare a ritrovarsi plurifrazionato nelle componenti e con il suo leader chiamato a nuove “gesta cavalleresche” in ausilio di tanti sfortunati pazienti, che certo non sconfiggeranno la malattia, ma che forse potranno rappresentare una giusta cura per il Cav, una ripartenza per l’intero emisfero.

Ora c’è Renzi al timone. Un giovane arrivato a Palazzo Chigi non senza palmares, non senza viatico di provenienza, non senza nuove credenziali altolocate. Praticamente una Presidenza di governo portata su piatti d’argento e poltrone di piume. Inoltre grazie alle doti comunicazionali ed all’estrazione territoriale gigliata è riuscito ad affrancare dal grigio l’intera area della sinistra “moderna” ed a tinteggiare il nuovo affresco politico-parlamentare di uno “scippato” azzurrino fiducioso e speranzoso. Quello dell’ex Cavaliere. Esperimento riuscito perché non ha da farsi perdonare un’appesantita anagrafe, né una immensa ricchezza. Ergo senza invidie patrimoniali e con la simpatia di un’anagrafe trend potrebbe macinare kilometri, senza temere sorpassi.

Se questa è ancora terra di cavalieri? Non più. Le favole non si raccontano due volte di seguito. Tuttavia nell’aria c’è profumo di avventura. Non sono cavalieri ma ne portano le insegne e si affacciano da nord.

E c’è tutta una sconfinata prateria dove per altri è difficile cacciare. E’ quella rimasta orfana di ideali, di tradizione e di valori sociali nazionali. Certo è una prateria sconfinata da recintare. E quelle recinsioni costano tempo e tanta fatica.

franco amarella

 

 

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L’ITALIA delle lobbies

Piccoli elettori… crescono?

Lo sviluppo della tecnologia, fra i tanti mutamenti provocati nei vari ambiti sociali, ha certamente sconvolto anche il mondo della politica, al punto di stravolgerne la stessa funzione logistica del radicamento sui territori. La televisione insieme con l’universo della rete oggi dettano l’agenda delle attività e, soprattutto, degli ascolti o contatti. Stiamo assistendo, pertanto, ad un cambiamento radicale del rapporto elettori–candidati.

Rapporto che non si limita ad essere modificato nella ricettività, bensì inizia a proporsi in forma attiva, anzi interattiva. Perché nel frattempo gli “attori” del campo, fagocitati anch’essi da tanta possibilità di comunicare, esponendosi con pochissimo autocontrollo, altro non fanno se non richiamare forme di reazione popolare.

Infatti in un clima abbrutito da comportamenti sfrontati, provocatori e rissosi, apparentemente attribuibili soltanto ad atteggiamenti personalistici spinti, e con i protagonisti sempre a caccia di audience TV, la politica è andata trasferendosi in un ambito di perenne rappresentazione scenica, meglio se urlata.  I giornalisti stessi, inseguendo l’onda, riportano in caratteri cubitali financo l’annuncio di un provvedimento legislativo, frutto di una dichiarazione anticipata nel pourparler di una trasmissione.

Ed è stato proprio l’inseguimento all’audience da una parte, e dall’altra la spropositata loquacità politica che hanno fatto smarrire i più collaudati riferimenti di una comunicazione accorta, avveduta e responsabile. Nello spingersi affannosamente ed indiscriminatamente in esposizione, leaders e gregari hanno travalicato le bandierine di sicurezza dei rispettivi lidi e si sono spinti al largo, credendo di poter reggere ugualmente alla distanza. Ma ahimè, lo sforzo si è rivelato eccessivo. Cosicchè i nuovi scenari, inconsapevolmente aperti da un protagonismo sgrammaticato ed esagerato, hanno spiazzato la stessa missione di rappresentanza politica del corpo elettorale.

Da qui l’inizio della marcatura del confine fra “vecchio” e “nuovo” modo di rapportarsi con gli elettori, ovvero di affrontare le competizioni elettorali. Sollecitati da quella molla di richiamo popolare, gli elettori cominciano a scattare in direzione delle candidature, pronti a proporle prima ed a sostenerle dopo. Se prima l’affiancamento di soccorso o di simpatia veniva espresso, più o meno velatamente, da esponenti del mondo della cultura e dell’arte, da un po’ di tempo a fiancheggiare i protagonisti, vanno piazzandosi palesemente sulla scacchiera : fanti, pedoni, cavalli, alfieri e regine.

Ciascuno esponente di un gruppo finanziario, testata giornalistica, struttura sanitaria, addirittura di un marchio aziendale o di un’associazione no-profit, di un’emittente TV o di un’associazione di categoria.

Segnali questi di una incrinatura dell’ipocrita verginità prudenziale, sotto la spinta pressante della voglia di rappresentare, a viso aperto, esigenze ed interessi dei cittadini che diventano sostenitori.

Nelle trascorse campagne elettorali molte erano state le avvisaglie di emersione delle volontà latenti, ma per quella prudenza italiana, tutta ondivaga, gli schieramenti dell’articolata società civile riuscivano a comprimere i propri desiderata, muovendosi lentamente e, soprattutto, veicolandoli under-ground. Invece oggi, complice la sfrenata e generale invadenza multimediale ed in virtù dei ritmi, sempre più martellanti degli stessi media, è stata proprio la pulsione sempre più drogata del presenzialismo in video e sulla rete da parte dei politici, che sta richiamando l’innesto di una inseminazione involontaria, che probabilmente condurrà all’ufficializzazione di una nuova realtà: la lobby.

Ed il fenomeno sta avvenendo in diretta TV od internet che sia, così come alla cruda legge del nostro tempo piace dettare. Non esiste evento scientifico, sportivo, artistico, clinico, religioso o giudiziario senza che la televisione ne faccia spettacolo popolare, magari con televoto. E dunque non esiste politica senza televisione. Ancor più non vi audience TV se il dibattito politico non sfocia nella lite, nell’insulto, nel turpiloquio. Non si clicka un pulsante se non può apparire un video di trash politic. In questo clima, quale elemento può aver preso il posto del senso critico dell’azione politica, se non la curiosità per la provocazione e la reazione in diretta?  E cosa significa tutto questo se non la configurazione di un becero aspetto borsistico!?

Allora se aria di borsa è, aria di speculazione diventa. Ma se si specula, e non nel significato propriamente filosofico, significa che le attese del pubblico sono più prossime alla scommessa che non alla maturazione concettuale. E se parliamo di scommesse, quindi dobbiamo altrettanto parlare di puntate. Ergo, parlando di puntate arriviamo a parlare di giocatori.

E se siamo stati attenti osservatori, nelle recentissime campagne elettorali, abbiamo potuto cogliere sia nei grandi partiti, come nel frazionamento dei piccoli raggruppamenti territoriali i tratti embrionali di tante esigenze antropologiche, sociali, finanziarie, etniche e religiose. Che non esprimevano la rappresentazione puramente simbolica di un tempo, bensì in maniera marcata e decisa erano (e sono) lì, in quanto autentiche “puntate” per autodeterminare una concreta posta in gioco.

La partecipazione politica dei cittadini italiani sta cambiando, perché è cambiato il richiamo della politica. Allontanamento dalla politica? Niente affatto. E’ solo il tramonto di un vecchio rapporto. Tutta quella esasperata esibizione mediatica è stata la levatrice della metamorfosi politica, che sta andando a legittimare una partita fatta di competitori, di scommesse e di tifo.

Tutto ciò mentre va  allargandosi velocemente l’incrinatura nel muro dell’antica e prudente fede elettorale, fatta un tempo di valori ideologici, ma anche di tanta ipocrisia. Allo stato, una parte di cittadini italiani vede come inevitabile l’evoluzione di un processo ormai avviato; invece un’altra parte teorizzerebbe l’organizzazione lobbistica della politica italiana come la fine della libertà individuale degli elettori.

Ancora vi è confusione. Ma è proprio la stessa nebulosità a mostrare l’esigenza di una riorganizzazione politica radicale, che è pronta già nelle cose e che è anticipata nei fatti. Pian piano va delineandosi, con nitidezza dei contorni, il nuovo affresco del corpo elettorale italiano: stanno ufficializzandosi le lobbies. Certo ancora appaiono come embrioni, non si distinguono bene, ma la gravidanza c’è tutta. Gli embrioni cresceranno, si svilupperanno e forse ci saranno nascite provvidenziali. Forse.

franco amarella

 

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