Come mai?

di franco amarella

COME MAI?

Un’azienda non ce la fa a mantenere l’organico di personale, troppe tasse, troppi contributi…chiude in Italia. Oppure, se può, delocalizza all’estero. Seguono l’esempio decine e decine di imprese italiane. Lo Stato si stringe nelle spalle e non può fare altro se non ventilare sgravi e…fare auguri alle puerpere.

La delocalizzazione è il nuovo credo. Anche perché la distrazione imprenditoriale, insieme con la miopia politica di questi ultimi 30/40anni non hanno puntato sull’unica industria italiana MAI delocalizzabile : il turismo. Tanto è vero che il turismo in Italia, al di là di quello culturale, è andato crescendo  -specialmente nel sud- obbedendo alla legge dei vasi di espansione. Quindi spontaneamente, ovvero per il  “troppo pieno”  in altre destinazioni.

Ma torniamo al fenomeno della delocalizzazione industriale, per testimoniare un fatto economico di assoluta gravità. Mentre in Italia si tende a non imprendere, orientando le iniziative d’intrapresa fuori dai confini nazionali, perché è più vantaggioso; mentre molto manufatturiero viene fatto svolgere all’estero, perché più conveniente…in Italia s’incentiva l’accoglienza immigrati, perché di questo si tratta, SENZA tener conto del fattore economico. Fatto gravissimo. Perché non si tratta di accogliere temporaneamente disperazione, fame, o di soccorrere ferite di guerra; bensì si tratta di incamerare in pianta stabile autentiche sacche embrionali di vertenze sociali. A giudicare dai comportamenti e dalle pretese della grandissima parte di tali migranti.

Sicchè la domanda intanto: COMA MAI non si pensa che con le risorse finanziarie che si spendono qui per UN migrante accolto, si possono mantenere egregiamente QUARANTA persone nei luoghi di loro provenienza, in Africa?  Al di là della considerazione morale, etnica, identitaria che vedrebbe queste persone non strappate dalle loro abitudini e dalla loro terra, volendo invece considerare le risorse italiane impegnate, PERCHÉ accade quel che sta accadendo?

Perché non ci sono i soldi per incentivare l’imprenditoria italiana a mantenersi in patria ed invece si trovano milioni di euro per l’accoglienza? E soprattutto perché, come detto innanzi, non si valuta che con i soldi impiegati per mantenere 1.000.000 di persone in Italia si potrebbero mantenere 40.000.000 di persone in Africa?

Magari pensando di mantenerne una parte, destinando il resto ai propri figli da buona Madre patria e non…matrigna.

Come mai?

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Velocità e frenesia : Nemici della Comunicazione

di franco amarella

La comunicazione sprint viaggia ormai senza limiti di velocità in tutto il mondo. Radio, TV, internet, sms, videotel, decoder, smartphone, parabole e.. nuovi vangeli ci investono quotidianamente. Ci informano, ci allertano, ci intrattengono, ci ammaliano, ci angosciano, ci erudiscono, ci abbrutiscono, ci stimolano, ci stancano, ci incalliscono, ci coinvolgono. Sono miliardi di input invisibili e a ripetizione che ci raggiungono. Dipende poi dalla precisione dei “tiratori” se essi lasciano un segno, o se sono destinati a scivolare via sulla corteccia cerebrale. Mentre noi stessi, che lamentiamo questo affollamento soverchiante di segnali, diventiamo inconsapevole carburante del sistema, quando nelle nostre mani capricciose telecomandi, mouse e telefonini diventano “armi” tecnologiche per un gioco tanto innocente, quanto incosciente.

Un gioco che ci fa sentire apparentemente vivi ed al passo con i tempi. In verità un gioco a perdere per la nostra capacità di ponderare e riflettere. I ritmi dettati dall’elettronica non possono risultare compatibili con i ritmi naturali dell’uomo. Non possiamo concorrere con gli elettroni rispondendo ad un SMS e contemporaneamente effettuare un sorpasso in auto, controllare l’impianto satellitare sul cruscotto e magari sintonizzare anche lo stereo.

E purtroppo l’impennata delle indicazioni di mercato ci fornisce proprio questo segnale. Altro che crisi dei consumi! Certo, si acquistano meno abiti o meno bicchieri, si preferiscono i discount; ma notebook con videocamera, palmari e telefonini intelligenti poi fanno saltare il banco. E dunque se tanta copiosa tecnologia viene impiegata per comunicare, la nostra società dovrebbe ritenersi più raccordata, più affratellata, più sinergica. Non è così.

Padroni dell’illusione di governare la tecnologia, abbiamo inconsapevolmente acceso una lotta intima, ciascuno con sè stesso. Da una parte lamentiamo la sovrabbondanza di antenne ripetritrici di segnali e facciamo cortei contro l’inquinamento elettromagnetico; dall’altra imprechiamo se il segnale del telefonino non è perfettamente efficiente in quanto non supportato a dovere a causa della carenza di antenne ripetritrici. E’ follia.  E che dire della sindrome da “zero canone”, che prende giovani e meno giovani in un vortice di offerte: per telefoni cellulari, per telefoni fissi, per TV satellitari, per forniture di energia, per domini internet e forniture di nuove APP….!

Offerte ad ogni ora del giorno, ad ogni angolo di centri commerciali. Un’offensiva sparata da centinaia di call-centers che, invadendo la privacy di milioni di utenti, mette in moto calcoli e contro calcoli nelle case, negli uffici, nelle sale d’attesa, al bar, per strada. E tutti a scambiarsi le combinazioni promozionali di SKY e poi di INFOstrada e poi di 89.24.24 e WIND ed ENI e TIM e TRE, e poi del nuovo Vattelappesca di turno, nuovo gestore il più economico di tutti. E tutti a correre dietro al “mezzo”, ora lo smartphone, ora la pay Tv, ora il dominio, oppure l’orologio lettore… “tutto compreso”. A correre dietro al mezzo e non a quello che il mezzo veicola.

Centinaia di ragazzi camminano con il capo reclinato in avanti, senza guardare la strada senza guardare nessuno. A vederli di spalle sembrano l’icona della riflessione e della meditazione. No. Stanno digitando messaggini con concentrazione, con avidità, con un pollice che ormai è uno scoiattolo. E per dialogare abbreviano il lessico, tagliano, siglano. E’ nato perfino un gergo da SMS. Un gergo codificato e riconosciuto. Ma allora i ragazzi comunicano? Allora i ragazzi si trasmettono emozioni e pulsioni in tempo reale? Può anche darsi. Ma una cosa è chiara:  la velocità di elaborazione del pensiero unita alla frenesia di trasmetterlo non può certo toccare alti vertici di letteratura.

Dunque è il digitare per il digitare che, quasi sempre, la fa da padrone. Sull’altare del mezzo mediatico individuale, così freneticamente gestito, vengono immolati quotidianamente: ragionamento, ponderazione, galateo, evoluzione naturale del linguaggio. E fin qui abbiamo considerato una comunicazione velocizzata di tipo individuale (one-to-one), in quanto attivazione di una singola fonte trasmittente ed una singola parte ricevente. Ma ciò che ha collettivizzato in progressione accelerata grandi e piccoli sono i ”social network”. Più della buona novella, più dei sermoni di fratellanza, ecco che il nuovo vangelo di questo inizio secolo porta diversi nomi. Il primo e più famoso di tutti è quello di facebook.

Siamo al punto di rendere virale sulla rete uno sbadiglio della zia, cui mancano quattro denti. E per virale si intende che quell’immagine veicolata, da chi ha fatto click col telefonino, può raggiungere in un secondo 100 utenti, che a loro volta ne possono raggiungere 10.000 e poi 100.000….! Quindi ne scaturisce il merito di aver attratto interesse su una sdentatura. Ecco l’obiettivo, il sogno emulabile di tantissimi “smart-artists”. Quale e quanta differenza rispetto ad altre fascinazioni di fatti, di bellezza e di umanità veicolabili proprio con lo stesso mezzo, ma ponderati, scelti e proposti con creatività e buon gusto.

Diversamente le cose parrebbero dover andare con un altro mezzo mediatico: la TV. Un mezzo fatto di tempistica precisa al secondo, senza alcuna  accelerazione, senza alcun  rallentamento. D’accordo. Ma le reti sono tante e la sete di vedere quante più programmazioni possibili non mette al riparo l’utente dalla frenesia dello zapping. Eccoci di nuovo a digitare e stradigitare. Alla ricerca di un qualcosa che difficilmente si trova. Per ritrovarci a considerare che quello scatolo luminoso, un tempo, ora detto display 16/9 LCD, di fronte a noi è in nostro potere. Invece siamo stati risucchiati da un altro vortice involutivo, che avallerà, con tanto di nostra firma di garanzia, produzioni sempre più scadenti e programmi sempre più insignificanti; dove l’urlo, il televoto ed il premietto scorreranno a fiumi, sempre meno contenibili negli argini della qualità e sempre più gonfiati da una pioggia di scopiazzature, di “ospitate”, di inopportune trasgressioni.

Le varie emittenti, pubbliche e private, si danno un gran da fare per inseguire l’audience. Inseguire. Lo spiega la parola stessa: procedere con velocità. Andare a confrontarsi non sulla qualità, bensì sulla omogeneità della produzione ha significato in questi ultimi anni la mortificazione della creatività, il tradimento culturale del ruolo del palcoscenico. Via via è andato stratificandosi un paesaggio di stalattiti pubblicitarie e di stalagmiti televenditrici che hanno finito con l’impedire la libera circolazione della fantasia e della cultura. Per velocità non si fa più teatro in Tv. Per velocità si toglie la parola ad uno scienziato che parla, perchè ci sono pronti i consigli per gli acquisti.

Con velocità si confeziona un palinsesto, che dovrà soltanto profetizzare l’entrata in scena e poi sul mercato dello sponsor. Fa niente se poi si parla di TV spazzatura, perchè tanto la maleodorante definizione viene smentita dagli investimenti pubblicitari, concentrati proprio su quella cosiddetta programmazione. Tanto c’è omologazione ed anche con dieci o cento colpi di frenetico zapping, ormai, lo spot te lo becchi ugualmente su tutte le reti. Ma noi continuiamo a zompettare senza meta e, forse, senza volontà di intervenire. Troppo lungo un percorso di mobilitazione da teleutenti, meglio correre sul telecomando e poi sulle pay tv e poi su internet e poi… e poi!

Fra telefonini sempre roventi e telecomandi sempre più digitati, l’uso sbagliato dei più moderni mezzi di comunicazione (e ancora internet non è proprio “di massa”!!!) sta consentendo di autorinchiuderci in una bolla tecnologica di isolamento comunicazionale. Un’ampolla meno resistente di una bolla di sapone, pronta a dissolvere un grande patrimonio di conquiste scientifiche al servizio delle relazioni umane, per lasciare il posto ad una società sempre più robottizzata, in cui la velocità sarà un merito ed a comunicare ci penserà una spia luminosa, una faccina, un pittogramma. Ma questo forse non accadrà tanto presto, almeno finchè ci sarà un giornale-giornale ed un libro-libro.

 

 

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I Nuclei staminali


di  franco amarella

Come lascia intendere lo stesso titolo, il Programma che viene presentato appartiene ad una forma di intervento finalizzato ad una “rigenerazione” autoindotta.   E’ la tanto attesa e desiderata voglia di riscatto del mezzogiorno, che incrocia probabilmente una possibile opportunità di realizzazione.

Come?

Attraverso un meccanismo socio-politico che mette a fattore comune alte professionalità e volontariato. Una formula nuova che propone  l’impegno collettivo da parte delle migliori competenze, in affiancamento -inizialmente volontario- alle varie forme di espressioni territoriali : siano esse appartenenti alla produzione di beni o di servizi.

Però

Se credete di avviare questa rivoluzione con i finanziamenti delle Istituzioni, NON aprite queste pagine.

Click su Nuclei staminali 2017

Nuclei staminali 2017

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Proteste anti Trump : il dubbio.

di franco amarella

Per meglio comprendere le marce di protesta nel mondo, così simultanee, così agguerrite, così dichiaratamente ostili, vanno immaginate anche certe pressioni lobbistiche sul governo d’oltre oceano. Ma dobbiamo fare un passo indietro al 1933.

Siamo all’indomani della crisi finanziaria del 1929. Due esponenti politici il senatore Carter Glass e il deputato Henry Steagal proposero una legge, approvata subito dal Congresso degli Stati Uniti col nome di “Glass-Steagal Act”.

Si trattava di una legge bancaria che mirava a introdurre misure per arginare la speculazione da parte degli Operatori Finanziari e a non ingenerare situazioni di panico bancario. Ovvero proprio come stava accadendo in seguito alla crisi del ’29, con numerose banche americane messe in ginocchio.

In base a quella legge :

-      Furono garantiti i depositi con la Federal Deposit Insurance Corporation;

-      Fu separata NETTAMENTE l’attività bancaria (commerciale) tradizionale, da quella bancaria di investimento.

Per modo che un eventuale fallimento della banca di intermediazione finanziaria NON determinasse anche il fallimento della banca tradizionale. Con il Glass-Steagal Act si venne così a sancire la separazione istituzionale fra banche commerciali e banche d’investimento.

Questo durò fino al 1999, quando le lobbies del mondo bancario “convinsero” il Congresso ad abrogare il Glass-Steagal Act. E così il Presidente Clinton nel novembre del 1999 promulgò la nuova legge che ELIMINAVA la separazione fra Banca tradizionalmente intesa e Banca di intermediazione finanziaria.

E così già dall’inizio degli anni 2000 cominciarono le manovre di fusione fra banche e gruppi assicurativi e si potenziarono le attività di investment banking…..fino alla bolla scoppiata a partire dal 2007.

Ma cosa c’entra tutto questo preambolo con le marce anti Trump?

Ebbene il novello Presidente biondo-platino, così osteggiato dai para-democratici, così schernito dagli intellettuali hair-stylist, pare voglia RIPRISTINARE QUELLA LEGGE per garantire i risparmiatori e ridare loro fiducia. Lo farà realmente? Non lo farà?

È evidente che in caso di ripristino della legge, l’Establishment internazionale NON gradirebbe affatto una simile iattura; specialmente quando tutto sembrava ormai sotto controllo…EURO e UNIONE EUROPEA compresi.

Ecco la possibile spiegazione a tanto accanimento terapeutico, contro Trump, per mantenere in vita il SISTEMA attuale. Un accanimento mascherato dalla rivendicazione di sani principi democratici con le plausibili implicazioni umanitarie. Tutta una miscellanea infiocchettata a difesa delle donne, delle conquiste gender, dell’immigrazione e contraria alla costruzione dei muri alla frontiera. Qui grazie anche ad un assist apostolico, che voglio sperare sempre in buona fede. Mi fermo.

Nel dubbio, in via preventiva, per non perdere tempo, si marcia con le bandiere al vento dietro qualche cavaliere incaricato, rifornito di convincente biada per il ronzino della prima fila.

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Re Ferendum

di franco amarella

Prima del 4 dicembre fu detta “Accozzaglia”, dal premier,  la schiera dei sostenitori del NO referendario. Dopo il 4 è possibile invece ratificare, più propriamente, come “analoga” la schiera degli aggettivi che hanno caratterizzato la campagna del premier.  Una campagna pressante, invadente, presuntuosa, supponente…fino a diventare spocchiosa. Così come è stata giudicata da molti.

Ma visto che “accozzaglia” potrebbe passare ai posteri, senza troppe forzature, come la cifra mediatica di questo referendum, perché non chiudere il cerchio classificandone parimenti un’altra? Ovvero il mucchio, diventato miscuglio e poi groviglio, delle ragioni che hanno castigato governo e primo ministro!  Ragioni tra l’altro sostenute da parti politiche rappresentanti fette di elettorato molto diverse fra loro, al limite di posizioni diametralmente opposte.

Per questa sconfitta elettorale, che devesi chiamare sconfitta governativa a causa della stessa impostazione voluta dal premier, ci sono molte letture oltre alla pessima gestione di campagna, nella forma e nella sostanza.

C’è una lettura partitica con le sue accanite fronde interne ed istituzionali; c’è quella politica con l’oggettività delle contrapposizioni ideologiche, incardinate sul metodo ed esplose poi sul merito; c’è la lettura popolare che finalmente ha potuto vedere gli elettori recarsi alle urne ed esprimersi attraverso un NO antigovernativo, quasi a rivendicare un diritto “negato” per la stessa nascita di tre governi.

Ancora l’analisi tutta europea che ha visto l’Italia volersi concedere un respiro di sovranità, atteso che le sollecitazioni dell’UE premevano forte nella direzione del SI. C’è poi una lettura sociale molto complessa che considera il fenomeno immigrazione in tutte le sue sfaccettature di gestione e, persistendo contemporaneamente una povertà italiana tragicamente crescente, assegna con il NO il valore di bocciatura al governo. C’è pure una lettura di tipo antropologico-culturale, quella di uno spicchio di reazione all’approvazione della legge sulle unioni civili, velocizzata a ridosso del referendum: reazione giusta o sbagliata, ma ci sta pure questa.

Infine la scia. Prima la Brexit possibile ma improbabile. Poi Trump che negli USA, inaspettatamente, batte gli sponsor del SI referendario. La Le Pen che è in ascesa e che risulterebbe il pilone di appoggio per un ponte Trump – Putin. Tutti fatti internazionali sorprendenti, che  hanno giocato il loro ruolo di trascinamento.

Un dato risulta il più interessante di tutti, quello anagrafico degli elettori che si sono espressi col NO. A grandissima maggioranza sono stati i giovani a “rottamare” un giovane. Questo dimostra che solo ed esclusivamente nello sport attivo è indispensabile essere giovani ed aitanti. Nel resto delle attività umane, specialmente quelle creative e gestionali, quel che conta è avere la mente giovane e brillante. Meglio se “elettrizzata” di esperienza.

 

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Disegno geometrico

di franco amarella

Che si debba vivere circondati dalle meraviglie della geometria è un assunto. Che ad essa si debba fare ricorso per dimostrare similitudini poligonali è un fatto. Che proprio i criteri di similitudine geometrica possano servire per dimostrare un percorso di politica economica è un’opportunità.

E qui vorrei coglierla. Sarò BREVE. Anzi BREVETTO.

Ala fine degli anni ’80, in piena epoca di “edonismo reganiano”, ci fu presentata la nascente “Grande Unione Europea” come l’avvento di un nuovo e concreto Eldorado; a partire dalla eliminazione dei dazi alle frontiere, fino alla facilità di circolazione delle persone e delle merci, con le prospettive di miglioramento lavorativo.

L’Italia aderì alla “Area di libera circolazione” nel 1990, dopo che questa era stata configurata tra Germania, Francia Belgio, Olanda e Lussemburgo fin dal 1985 con il Trattato di Schengen. Man mano nel tempo e fino ai nostri giorni gli accordi sono diventati “Regolamenti”, i controlli delle frontiere all’interno dell’AREA teoricamente azzerati ed oggi i Paesi dell’Area Schengen sono 26, di cui 22 membri dell’Unione Europea.

Ovviamente questa semplificazione temporale, apparentemente quasi banale nell’enunciazione, anticipa di proposito l’improvvida semplificazione del meccanismo politico, che in vent’anni non è ancora stato capace di “creare” una vera Comunità politica dei Popoli continentali.

Tutta l’informazione promozionale aveva fatto vibrare, fin dall’inizio, le corde di grande apertura e di facilitazione degli scambi, trascurando un’attenta disamina sulla presa di coscienza delle varie popolazioni.  E tanto affrettato fu il tentativo omogeneizzatore blu a stelle giallo-oro, che si pensò prontamente a servirlo,  come fosse già avvenuto, attraverso la moneta unica: l’Euro.

Inutile sottolineare come e quanto fu dannoso tale provvedimento, atteso che non tutti gli Stati, Italia in primis, erano finanziariamente pronti per un’adozione valutaria così determinante. È stato come voler fare girare in curva le ruote di destra e di sinistra di un’auto, allo stesso numero di giri senza il differenziale. Un disastro.

E man mano che sempre più palese balzava evidente che non esistesse un’Europa politica dei Popoli, perchè non esisteva una Costituzione e men che meno un esercito europeo si è sempre proceduto a delegare la Banca Centrale Europea per fronteggiare le difficoltà nazionali, inclusi gli affioranti progetti di EXIT.

In poche parole lo scettro del comando di questo fantaglorioso mondo Europeo-Unito è rappresentato dal manico di un ombrello finanziario BCE, pronto ad aprirsi ed a richiudersi secondo convenienza.

E così quella “Area Promessa” di svincoli doganali, di apertura e di nuove  opportunità, ha finito per diventare una “EUROZONA” obbediente alle leggi della finanza, con tutti i suoi innumerevoli vincoli ed obblighi. Così è la BCE a provvedere per stimolare la “crescita” o ad arginare la “decrescita”, o ad intervenire su inflazione e PIL.  Non vale più nemmeno fare appello alla sovranità nazionale, perché nei fatti non viene più esercitata ed anzi ci si avvia alla sua cessione all’Unione Europea.

Ma cosa c’entrano i criteri di similitudine geometrica con quanto detto fin qui? Faccio un esempio: Due triangoli sono simili se hanno due lati proporzionali e l’angolo compreso uguale.

Bene, quali sono i due triangoli in questione? Sono l’UE e il TTIP.

Dell’Unione Europea abbiamo visto la sua rappresentazione reale, quella sotto i nostri occhi, non quella teorizzata dai Padri fondatori. E abbiamo constatato che partiti con l’entusiasmo della “terra promessa” nel 1990, siamo oggi costretti ad arrancare in compagnia di una moneta non proprio amica. Vieppiù costretti a viaggiare senza “differenziale”, interposto fra le ruote della vettura Italia, la cui sovranità nazionale è delegata ad una sorta di capocondomino UE.

TTIP:  Transatlantic Trade and Investment Partnership è la proposta di partenariato transatlantico. Indovinate un po’ come comincia la musica? Zona di libero scambio transatlantico dal 2013 tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America con l’obiettivo di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo molta normativa esistente in una vasta gamma di settori. E ciò al fine di rendere possibile la libera circolazione delle merci, facilitare il flusso degli investimenti ed agevolare l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici.

Ed ora l’Europa, con la SUA ALTA COMMISSIONE comincia a proporre i salti di gioia per questa nuova apertura, per questa nuova opportunità. Come mai? Se ancora non ha risolto il suo assetto interno, che ne sarà della “sua” Sovranità fatta di tutte le Sovranità nazionali avocate a sé? Naturalmente, quando si vuole forzare una risoluzione economica, che probabilmente nasconde la risposta alla domanda “Cui Prodest”, si sceglie il viatico dell’incremento occupazionale e delle maggiori prospettive di benessere.

UE e TTIP : stessi lati, stesse angolature. Se non sono due triangoli simili questi….!!! Naturalmente uno è più grande e mostra tutto il suo appetito nel disegno.

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Banche, Obbligazioni & Sicurezza: Programma SEMAFORO

di franco amarella

Da giorni su tutti i giornali e TG, RAI in testa, si parla e si discute di banche con riferimento alle azioni ed in particolare alle obbligazioni subordinate.

Ovvero si parla dei danni ai risparmiatori arrecati da tutti quei titoli, divenuti “rancidi” in quelle banche “andate a male”.

E si aprono tavoli. E si cercano responsabilità. E si propongono rimedi. Praticamente dopo la fuga dei buoi, ecco parlare di lucchetti e di chiavistelli. Ovviamente senza cavare il ragno dal buco.

Ed allora ci provo io, qui, con timidezza e con semplicità, partendo da una premessa.

Se è vero che gli esempi pratici contano più degli insegnamenti teorici, ecco che mi viene subito di parlare di tracciabilità. Se ne fa un gran parlare per frutta ed ortaggi freschi; per agroalimentari trasformati ed invasettati; per salumi, formaggi, pasta, vino, olio etc. Ma non solo. Si vuole conoscere subito, quasi all’impronta, la provenienza di capi d’abbigliamento, oppure di materiali industriali, o di oggettistica varia.

All’uopo ad ognuna delle principali famiglie merceologiche è stato attribuito un segno, una scritta, un bollino, una cifra di riconoscibilità. Insomma con gli accordi raggiunti fra ministeri, associazioni ed enti preposti l’universo commerciale si avvia a diventare completamente “tracciato” nella sua filiera di esistenza. E se ancora non tutte le produzioni risultano assoggettate a tale trasparenza, tutti ne riconoscono comunque la valenza e l’utilità del metodo.

Fatta questa premessa ecco la domanda: Perché un’etichetta deve indicare la trasparenza e la tracciabilità di un pezzo di formaggio e non di un’OBBLICAZIONE bancaria?

Un’altra domanda: Atteso che il linguaggio finanziario può indurre in confusione il Risparmiatore, perché non ci si affida ad un piccolo segno di distinzione IMMEDIATA sulla modulistica?

Ed è proprio con questo spirito di tutela consumeristica che si propone una possibile soluzione: tanto elementare, quanto RIVOLUZIONARIA. Così rivoluzionaria che, già nel tempo, parve risultare poco gradita al mondo del credito; e che oggi voglio proporre al mondo dell’informazione, proprio in virtù del gran coinvolgimento dei media sul tema.

Volendo dare un nome all’idea, ecco il PROGRAMMA SEMAFORO.

Clicka qui : Progetto semaforo 2015

 

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“San Martino” costa caro al Carducci //LOL

di franco amarella

LOL. È ufficiale: il nome di Giosuè Carducci è stato iscritto sulla “tavoletta” dell’esilio. No, non è tablet. E’ ostrakon. A pronunciarsi sull’ostracismo, all’unanimità, sono stati gli ambientalisti ed ecologisti italiani, insieme ai connazionali animalisti e vegani. E per renderlo noto hanno atteso proprio la data “giusta” l’11 novembre, San Martino.

Come era facile attendersi tutto il mondo accademico ne è rimasto incredulo prima ed allarmato poi. Tant’è che si è attivata subito una commissione ricorrente, composta dagli alti vertici della cultura internazionale, al fine di inoltrare al Presidente della Repubblica Italiana una petizione, per l’azzeramento dell’iniqua quanto invereconda azione sanzionatoria.

Ma andiamo al perché di tanto integralismo etico, morale e politico.

È arcinota la poesia “San Martino” del vate di Pietrasanta; ed è proprio contro quella lirica che le schiere eco-animal-vegane si sono scagliate con un intervento a piedi uniti. Proprio laddove il Carducci, nel dipingere l’aere freddo e nebbioso del tempo, dice “…gira sui ceppi accesi lo spiedo scoppiettando” ed aggiunge “sta il cacciator fischiando sull’uscio a rimirar, fra le rossastre nubi, stormi d’uccelli neri….”!

Apriti cielo! C’è lo spiedo che reca la prova tangibile di una consumata ed inutile uccisione animale e c’è il cacciatore che è pronto a fucilare ingordamente i poveri passerotti, i quali intimoriti tentano di migrare.

I bio-giudicatori, a quel punto, hanno sottoscritto “ Non consentiamo la reiterata lettura di tali versi nelle scuole di ogni ordine e grado, perché, in modo subliminale, inducono alla violenza gratuita sugli animali, nonché ad idealizzare, con la figura del cacciatore, l’uso improprio delle armi”.

E così dopo Cimone, Temistocle, Ipparco ….nell’antica Grecia, anche in tempi moderni il nome di Giosuè Carducci è finito su di un pezzo di coccio, per essere esiliato.

Oggi è San Martino e tutti i casti e puri amanti della natura tirano un sospiro di sollievo, pur con molta prudenza e tanta circospezione. Perché il resto dell’umanità potrebbe tirare altro al loro indirizzo. E sono tanti di più.

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Sul pianerottolo, di fronte : la Libia

di franco amarella

Qualcuno deve spiegare al mondo come mai i militari di Marina libica, che fino a “l’altroieri” sequestravano i pescherecci di Mazara del Vallo, che  –a loro dire-  affacciavano la prua nelle proprie acque territoriali, viceversa “fino a ieri” hanno consentito l’ingresso a decine di navi militari, quasi ad attraccare sulle rive di Zuara, di Sabrata, di Tripoli addirittura.

Si è trattato di natanti di medio e grosso cabotaggio impegnati in un servizio di water-taxi.

Imbarcavano centinaia di migranti per sbarcarli sulle coste italiane.

Poi, oggi, tutto ad un tratto gli stessi militari di Marina libica “DENUNCIANO” lo sconfinamento nelle proprie acque delle navi da guerra italiane. E minacciano reazioni. Addirittura fanno decollare aerei da caccia.

Indipendentemente se, come, e quando sia accaduto… siamo capaci di dire al mondo che l’Italia è una nazione e non la COOPERATIVA di un dopolavoro?

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L’UNIONE OGGI…nella finzione

di franco amarella

Bruxelles è a due passi. La data c’è. E’ quella del 18 giugno 1815. L’Unione Europea ha bisogno di ricostituenti. L’occasione non è gustosa, è ghiottissima! Parte quindi la rappresentazione della Battaglia di Waterloo, nei luoghi autentici, dopo duecento anni.

Questi i numeri in gioco : 5.000 figuranti  -dice il TG RAI Uno delle 8,30 di oggi 18/giugno, 6.000 per il Corriere della Sera- tutti in divisa d’epoca, 300 cavalli, 100 cannoni, armi autentiche ma caricate a salve. Gli spettatori fino a 60.000 su di un terreno pari a 30 ettari. La rappresentazione, parcellizzata nelle sue diverse fasi di battaglia, dura 5 giornate.

Dopo la rievocazione del “giorno più lungo”, il D-day del 5 giugno 2014 sulle coste della Normandia, ecco arrivare il 18 giugno 2015 a Waterloo.  Nel primo caso –tra l’altro- si volle riproporre e cementare l’idea di coesione alleata, commemorando il 70° anniversario dello sbarco anche con la presenza di qualche centinaio di reduci. E comunque al di là del messaggio di promozione politica d’oltre oceano, vi fu il rispetto per tutti i caduti, non ricorrendo appunto ad enfatiche comparsate.

In queste ore, invece, ampio spazio alle coloratissime scenografie imperiali per divertire turisti e visitatori dei luoghi, nonché per stupirli con le attività dei figuranti fra colpi di fucili e cannonate. Ovviamente a salve. Ma se il tempo, con i suoi duecento anni, rispetto ai settanta di prima, può aver accantonato il ricordo dei caduti, non può far sorvolare sulla scelta strumentale dell’evento. Una manifestazione di potenza numerica e politica, utile alla bisogna, dimenticando di stare a spettacolarizzare ventri squarciati da anonime baionette, corpi mutilati da palle di cannone o calpestati da cariche di cavalleria. Questa volta senza rispetto.

Ma all’Unione Europea che chiede rigore finanziario, all’UE che rifiuta la sistemazione dei cosiddetti “migranti”, perché demanda all’Italia il compito di front office e poi di asilo e poi di ospedale e poi di alloggio e poi e poi…., a questa Unione Europea piace esibire e sottolineare a sé stessa l’unione proficua che fu nel 1815, con la conseguente ragione avuta sul “pericoloso ribelle” di Francia. Dunque divise, colori, velluti, alamari, cappelli, passamaneria, quadrupedi, finimenti, schieramenti, bandiere…un insieme di immagini in movimento, su un terreno di trenta e passa ettari, capaci di evocare una suggestione, all’ombra della verità storica: l’UNIONE degli Stati d’Europa VINCENTE.

Ed in questo l’impegno profuso dagli Stati europei interessati è stato notevole. Far muovere migliaia di persone reali, su spazi reali, con accessori reali tutti obbedienti ad un copione, non è stato semplice. Però non si poteva perdere un’occasione così, a due passi da Bruxelles, per promuovere fra le righe l’Unione….dei nostri giorni. Una UNIONE EUROPEA che continua a chiedere fiducia sotto varie forme, dimostrando di non aver mai conseguito solidità di assetto e meccanismi di reciprocità fra tutti gli Stati componenti; ancorchè si tenda agli “allargamenti” verso altri Paesi, quasi a voler conseguire maggiore stabilità inglobando ulteriori adesioni nazionali. Oggi, invece, la realtà ci avverte che una forza centrifuga si fa sempre più consistente, pronta ad enucleare piuttosto che attrarre.

Tornando alla cronaca, per concludere, fra tanta moltitudine di colori, una nota brilla di grigio: tranne un’avvocato francese che cavalca da Napoleone, nessun cittadino de La Senna partecipa alla “battaglia di Waterloo”.

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